Le varie edizioni

Edizioni

Il romanzo che ci è pervenuto  non è la prima versione scritta da Manzoni, ma il testo  é stato sottoposto a  diverse revisioni prima di arrivare all’edizione  finale. La prima stesura risale al  1821-23 con il titolo  di  “Fermo e Lucia” edizione subito dopo rivista dall’autore dando vita  alla seconda stesura del 1823-27  pubblicata con il titolo di “I Sposi Promessi” nel 1827 con differenze notevoli rispetto a quella iniziale .Nella prima il testo  infatti presenta tratti romanzeschi e ha una struttura che procede per blocchi separati, una lingua che risente molto del francese e di modelli letterari  preesistenti (sono presenti infatti francesismi e frasi in dialetto lombardo). Nel 1824 inizia  il lavoro di revisione che si conclude nel 1827. Nell’edizione del ’27 cambia  l’intreccio, che diviene più agile e mobile; varia la lingua,  la scelta infatti cade sul  toscano; predomina sul romanzesco un tono realistico, che comporta l’evidenza del quotidiano, ma anche un approfondimento psicologico nella rappresentazione dei personaggi. Cambiano i nomi dei personaggi  : Fermo Spolino diventa Renzo Tramaglino, filatore di seta; Lucia Zarella si chiama Lucia Mondella; fra Galdino, il cappuccino che protegge i fidanzati, assume il nome di padre Cristoforo; il Conte del Sagrato riceve la misteriosa denominazione dell’innominato; Marianna De Leyva diventa l’anonima monaca di Monza; solo don Rodrigo rimane immutato, anzi, risulta peggiore.Sembra che Manzoni voglia davvero fare di lui l’incarnazione del male di tutto un secolo infatti nel Fermo e Lucia, infatti, egli è scosso da una vera passione per la ragazza e vive una tremenda crisi di gelosia nei confronti di Fermo. La sua persecuzione, in fondo, nasce da un sentimento che potrebbe, se non giustificarla, renderla umanamente comprensibile. Nella redazione successiva, invece, gli ostacoli che frappone alle nozze nascono da una futile scommessa stipulata con il cugino Attilio, superficiale e prepotente come lui. Gli anni compresi tra il 1827 e il 1840 sono dedicati a una attenta ricerca di un linguaggio vivo: la lingua è ancora rinnovata in direzione del fiorentino. L’autore è da tempo interessato alla questione della lingua, che in Italia è dibattuta sin dal XIII secolo. Infatti gli Italiani, divisi politicamente, si sentono uniti nella cultura e, nell’Ottocento, aspirano ad una lingua letteraria che sia nazionale. Perciò il Manzoni, che vuole fare del suo romanzo un’opera italiana, ha bisogno di imparare il toscano parlato dalle classi colte (“Sciacquare i panni in Arno”) per frequenti e determinanti correzioni al linguaggio della narrazione. Nel 1840 esce così la versione definitiva intitolata “I Promessi Sposi”.

 

La questione della lingua

Con il termine ‘questione della lingua’ si è soliti indicare una storica disputa in ambito letterario per identificare quale lingua utilizzare nei territori della penisola italiana. Tale dibattito iniziò di fatto al principio del 1300 con il trattatto De vulgari eloquentia (in lingua latina) di Dante Alighieri, ebbe una fase acuta agli inizi del 1500 e continuò a fasi alterne fino all’epoca di Alessandro Manzoni con il quale si ebbe una svolta importante. Egli affrontò la questione della lingua in un primo tempo per ragioni artistiche e religiose, e in un secondo tempo per ragioni civili e patriottiche. Le ragioni artistiche e religiose sono connesse alla composizione dei Promessi Sposi. Accingendosi a scrivere il romanzo, Manzoni si pose il problema di un linguaggio che fosse in armonia con la sua poetica, la quale, facendo dell’opera d’arte un mezzo di elevazione morale e di apostolato delle verità cristiane in mezzo al popolo, esigeva l’uso di un linguaggio chiaro, semplice, facile, accessibile a tutti, popolare. Le ragioni civili e patriottiche si imposero in un secondo tempo, quando via via che si realizzava l’unità d’Italia, egli si pose il problema di una lingua comune, unica e unificante che favorisse l’unità spirituale degli Italiani. Ponendosi il problema della lingua, Manzoni faceva un confronto tra gli Italiani e gli altri popoli. Egli notava, per esempio, che mentre nella Spagna, in Francia, in Inghilterra la lingua letteraria era assai vicina a quella parlata, c’era un abisso, invece, in Italia, tra la lingua scritta e quella parlata. Considerando poi la lingua scritta degli Italiani, il Manzoni notava che essa era antiquata, aulica, dotta, retorica, difficile e incomprensibile per gli ignoranti. Lo scrittore italiano era perciò condannato o ad usare una lingua vicina a quella parlata, per essere vivace e moderno, col rischio però di dare un’impronta dialettale alla sua opera e di confinarla nell’ambito della sua regione, oppure ad usare la lingua letteraria della tradizione, col rischio però di vedere la sua opera compresa solo dai dotti di tutte le regioni italiane, ma naturalmente ignorata dal popolo. Occorreva perciò una lingua che fosse nello stesso tempo moderna ed unitaria: per essere moderna, occorreva che fosse una lingua parlata, per essere unitaria occorreva scegliere e avere come modello una particolare lingua parlata. Per il Manzoni la lingua unitaria degli Italiani doveva essere il fiorentino, ma non quello scritto della tradizione letteraria, caro ai puristi, ma quello parlato dalle persone colte di Firenze, nei bisogni della vita pratica. Si trattava di una rivoluzione vera e propria, perché la teoria manzoniana abbatteva finalmente lo steccato che da secoli si era alzato in Italia tra la lingua dei letterati e quella del popolo, e, uniformandosi ai postulati del romanticismo, diffondeva l’uso di una lingua semplice, chiara, spontanea, popolare. Alessandro Manzoni mise in pratica la sua teoria con intelligenza e moderazione, accogliendo nella sua prosa, quando era necessario, ai fini della precisione e della chiarezza, anche i termini non fiorentini, ricavati dalla tradizione culturale italiana e straniera.

I luoghi del romanzo

Manzoni per descrivere i personaggi usa una tecnica  particolare infatti alcuni aspetti del del carattere dei personaggi  vengono  descritti attraverso il luogo in cui vivono.
Il primo capitolo inizia con la descrizione sommativa dell’area geografica in cui si svolgerà la vicenda. Tale descrizione avviene dall’alto, un punto di vista insolito per il lettore che così ha un’ampia idea della zona, questa tecnica è detta visione cinematografica o a volo d’uccello. Lo scrittore lombardo è convinto che un piano divino regoli le cose  del mondo,è per questo che,nel momento in cui dà l’avvio alla narrazione,privilegia la visione dall’alto.Il paesaggio viene visto con gli occhi di Dio che lo ha creato prima che con quelli degli uomini che lo abitano.  Così facendo l’autore va a presentare anche se indirettamente, la vera protagonista del romanzo : la Divina Provvidenza.

Il romanzo è “girato” in gran parte in “esterni”.Gli episodi di primo rilievo che hanno luogo tra le quattro mura sono pochi: il colloquio tra Don Rodrigo e Fra Cristoforo,il tentato matrimonio a sorpresa nella canonica di don Abbondio,la sbornia di Renzo, il colloquio del Cardinale con l’Innoniminato, la malattia e la morte di Don Rodrigo. Ma sono in esterni tutti gli altri a cominciare dal fatale incontro di don Abbondio con i Bravi, l’addio ai monti, la sommossa di Milano, la fuga di Renzo, il rapimento di Lucia, don Abbondio sulla mula, la peste, il Lazzaretto

LA STRADICCIOLA DEL LAGO DI COMO

Don abbondio e i bravi

Questo luogo è il primo ad apparire all’interno del romanzo perchè è immediatamente posposto all’ampia descrizione del paesaggio che man mano si restringe fino a focalizzarsi interamente su questa piccola strada. Essa è percorsa quotidianamente da Don Abbondio e sarà proprio lungo questo percorso che l’equilibrio del romanzo troverà la sua rottura. La via che ci viene presentata non è altro che una della tante stradine che costeggiano il lago di Como e che separano la campagna dalle sponde del lago. Esse non sono molto frequentate ed è probabilmente per questo motivo che Don Abbondio ama passeggiarvi poichè il curato ama la tranquillità e cerca sempre di evitare ciò che la possa sconvolgere.

IL PALAZZOTTO DI DON RODRIGO

palazzotto di don rodrigo

Viene chiamato così sia per sminuire quel luogo che  per sottolineare  il  senso di inferiorità del signorotto che vi abita, infatti quest’ultimo è considerato dai suoi pari non un temibile padrone bensì un mediocre tirannello. La sua residenza  rispecchia molto il carattere del padrone ,  lui non si sente all’altezza  dei suoi antenati. Nel romanzo Manzoni si sofferma molto sul complesso di inferiorità di Don Rodrigo ritornando spesso sul fatto che questo signorotto si senta potente solo all’interno della sua casa.

Il palazzotto si trova su una collina e ai suoi piedi giacciono le case dei contadini a lui affiliati. Manzoni sottolinea dettagliatamente la posizione delle case rispetto al palazzo che è segno dell’obbedienza passiva ,della sottomissione dei contadini a don Rodrigo.Il palazzotto dà l’idea di una lurida caserma , tutti i personaggi presenti “mezzi contadini e mezzi banditi” sottolineano il servilismo di tali individuai al padrone . La descrizione del palazzotto avviene con gli occhi di Fra Cristoforo ed in un primo momento essa conferisce un’aria piuttosto minacciosa al luogo ma questa prima apparenza verrà sminuita con la descrizione del castello dell’Innominato, un luogo che incute grande terrore.

CASA DI LUCIA

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La casa dove abita Lucia assieme a sua madre Agnese è una casa molto semplice e spoglia. Essa si trova in fondo al villaggio ed è composta da due piani e un cortiletto che poi dà l’accesso alla dimora vera è propria. Questa si può definire una casa statica e inviolabile fino al  tentato rapimento di Lucia, da  quel momento la sacralità di quella casa viene spezzata con appunto l’effrazione da parte dei Bravi.

CASA DI TONIO

casa di tonio

La casa di questo personaggio è anch’essa una casa umile e forse di ridotte dimensioni rispetto a quella di Lucia  che tra l’altro non deve ospitare un famiglia numerosa. Inoltre  quella di Tonio è la prima vera famiglia descritta da Manzoni il quale ne approfitta per contestualizzare il tema della carestia all’interno di questo nucleo famigliare.

L’OSTERIA

osteria

L’osteria è un luogo non prediletto,anzi guardato con sospetto dal Manzoni poichè  luogo ambiguo  e pieno di insidie . E’ un luogo di finzione e sotterfugi  dove le persone malvagie si riuniscono per progettare  inganni ed elaborare  piani diabolici per compire misfatti di ogni genere infatti l’osteria è molto frequentata dai Bravi .Essa può rappresentare anche un luogo utile dove racimolare informazioni sulla gente del posto. Tali informazioni vengono fornite puntualmente dall’oste felice di accontentare i clienti in tutto e per tutto purchè paghino.

LA CANONICA

Canonica

Manzoni non ce la descrive nel dettaglio ma sappiamo che è formata da due piani e che vi abita Don Abbondio, curato della cittadina. Questo luogo rappresenta per il parroco  l’unico posto veramente sicuro dove rintanarsi quando si imbatte in situazioni sgradevoli o quando si sente in pericolo,  ciò lo si evince soprattutto all’inizio del romanzo quando, dopo essere stato minacciato da due bravi corre subito verso casa sconvolto. La sicurezza della canonica però viene violata nel VIII capitolo quando Renzo e Lucia con altri complici tentano di ingannarlo, penetrando di nascosto nella sua dimora. Questa visita a tradimento sconvolge molto il  parroco poichè egli capisce che anche nella sua stessa casa può essere attaccato.

LA CASA DEL DOTTOR AZZECCA-GARBUGLI

Casa di azzecca-garbugli

Si trova a Lecco e vi si reca Renzo sotto consiglio di Agnese. E’ molto facile da individuare poichè è conosciuta da tutti ma Manzoni non ci offre una descrizione completa di essa. La dimora dell’avvocato in Renzo suscita una grande senso di rispetto e riverenza verso quel luogo e la figura che rappresenta, ma il vero fulcro della vicenda è lo studio di Azzecca-garbugli tappezzato di ritratti deicesari romani e contenente una grande libreria e una scrivania colma di documenti e grida “ vecchie e nuove”  .

ADDIO AI MONTI 

L’Addio ai monti di Lucia è la parte conclusiva dell’ottavo capitolo del romanzo, in cui Lucia, in procinto di abbandonare il paese, accompagnata da Renzo per giungere a Monza, saluta per l’ultima volta quei paesaggi che ha ammirato per anni interi, con una nota malinconica e già nostalgica. Nell’Addio ai monti è  inoltre possibile ricongiungere avvenimenti moderni e quotidiani poiché esso è espressione dello stato d’animo e della riflessione di chi, in ogni tempo, è costretto a lasciare la propria terra; analizza i sentimenti e i pensieri della protagonista che caratterizzano il brano, sottolineando l’intensità delle parole e del loro significato in un personaggio così semplice. Tutto ciò si svolge mentre i tre fuggiaschi si stanno allontanando dal loro paese su una barca. Lucia pensa al paesaggio che sta abbandonando e data la sua grande malinconia anche l’ambiente trasmette tristezza, sottolineando il suo stato d’animo , tutta la descrizione è molto poetica, capace di far sentire il lettore come in quel luogo. La rappresentazione mostra  il triste pensiero della donna, costretta da un giorno all’altro ad abbandonare la sua terra natìa, alla quale era molto affezionata e dove, almeno prima dell’oltraggiosa offesa di Don Rodrigo, si sentiva sicura e protetta. Lucia si sente minacciata dal potere e dalla grandezza del palazzotto e quindi da Don Rodrigo e non può far altro che piangere segretamente. “Lucia lo vide, e rabbrividì. Posò sul braccio la fronte come per dormire e pianse segretamente.” Nella descrizione del paesaggio, Manzoni ritrae tutti i particolari ,nei minimi dettagli, dell’ambiente circostante, perché Lucia sta lasciando alle spalle qualcosa di veramente amato e inoltre per lei la sua casa e quei luoghi sono gli unici posti  conosciuti. Secondo la visione di Manzoni, le cause per cui si lascia la propria terra possono essere diverse: si può lasciare la terra natìa per andare a cercare  fortuna altrove o , come in questo caso, si è costretti ingiustamente a fuggire. Lucia anche in questa   particolare circostanza rivolge ancora una volta i suoi pensieri e le sue speranze a Dio, con la convinzione che la stia assistendo nella sua sventura, la ragazza però non esterna le sue sensazioni , le sue paure, i suoi pensieri a Renzo. L’uso del paesaggio nei promessi Sposi è un elemento  molto importante che porta alla soluzione di un problema fondamentale: far capire al lettore in profondità le condizioni, il modo di vivere, le usanze del seicento; ma non solo: i sentimenti, le opinioni e lo stile di vita dei suoi personaggi. La descrizione del  Lago di Como, i segni della carestia, il luogo di abitazione di alcuni personaggi, l’addio ai monti,  sottolinea la struggente nostalgia di Lucia che si allontana da luoghi cari, prendendone congedo con strazio, mentre il cielo è luminoso, il paesaggio immobile e statico, l’atmosfera  tranquilla. È notevole come Manzoni riesca, con un paesaggio, a comunicare al lettore sentimenti  particolari visivi come se anch’egli fosse proprio lì, ad osservare la triste scena. Anche se Lucia è una persona semplice, l’autore le attribuisce anche un’intelligenza non comune nelle persone come lei, poco istruite e più umili e la stessa ricorre spesso alla parola “addio”, (“Addio, monti”; “addio, casa natìa”; “addio, casa ancora straniera”; “addio, chiesa”), proprio per sottolineare un allontanamento che potrà durare anche molto tempo, anche se nessuno può realmente sapere per quanto Renzo e Lucia dovranno sopportare le ingiustizie, i soprusi e i dispetti del signorotto. A questa pagina di Manzoni si possono paragonare anche disagi dei giorni nostri, ed è per questo che il lettore è coinvolto emotivamente nella lettura. Anche oggi infatti sono molte le persone costrette alla fuga dalla loro città per le condizioni economiche o per lavoro e che devono affrontare disagi non indifferenti per andare altrove. Questa caratteristica di Manzoni, di riuscire a far risuonare nel tempo i pensieri di Lucia, rende il romanzo unico nella sua capacità di essere motivo di riflessione anche per le persone della società attuale. L’Addio ai monti rappresenta inoltre una fase di passaggio del romanzo fondamentale : da questo momento le strade dei due giovani si separeranno e ognuno di loro verrà in contatto ,in modi diversi ,con un mondo più vasto e più tragico di quello che conoscevano.Solo dopo lunghe peripezie potranno ricongiungersi , più maturi e consapevoli,ma soprattutto più che mai  rafforzati nella loro fede nella Provvidenza divina.

 

I piani degli uomini e la divina Provvidenza

Dopo l’esordio del romanzo, le due fazioni dei personaggi che si contrappongono durante la vicenda, iniziano a strutturare alcuni piani o imbrogli per raggiungere ognuno i propri scopi: Don Rodrigo il rapimento di Lucia , Renzo e Fra Cristoforo il matrimonio dei due giovani.

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Il primo vero fallimento è senza dubbio la visita di Renzo da Azzeccagarbugli che risulta un totale disastro. Questa visita viene incoraggiata da Agnese che incarna il buon senso ,l’esperienza. Il personaggio è contrapposto a Lucia ,quanto Lucia è creatura spirituale,tanto sua madre è materiale;quanto l’una si affida alla Provvidenza ,tanto l’altra bada al concreto ,all’esperienza. Agnese è verbosa e sa di saccente e non a caso il romanziere gli attribuisce le proposte destinate a fallire.  Questa tendenza al fallimento però non la possiamo imputare solo al personaggio di Agnese, ma come si può notare chiaramente nel capitolo VIII durante la notte degli imbrogli e dei sotterfugi  tutti quei  piani messi a punto dall’uomo finiranno  sempre per fallire.  Si direbbe che per divertimento o ammonimento della Provvidenza i piani umani hanno effetti opposti a quelli desiderati:Lucia è rapita proprio in quel convento dove sarebbe dovuta essere al sicuro e Renzo rischia d finire condannato a morte proprio per essere andato a Milano,ma nello stesso tempo Lucia è perduta definitivamente per don Rodrigo proprio in quel castello dell’Innominato a cui egli si era affidato fiduciosa.I ripetuti fallimenti delle iniziative umane stanno a ribadire che la vera protagonista dell’intera vicenda è la Divina  Provvidenza .

 

 

 

 

L’ironia manzoniana

L’ironia è sempre presente nei “Promessi Sposi” ridicolizzando personaggi e situazioni, ma nello stesso tempo Manzoni ci permette di compatirne la sorte . Lo scrittore ha toni di condanna soprattutto per personaggi d’autorità, sia politiche che religiose , fa scaturire, invece, un sorriso di comprensione quando  la situazione comica interessa persone socialmente più umili, soprattutto don Abbondio .

L’ironia nei Promessi sposi  è molto spesso implicita nel linguaggio espressivo che il Manzoni dà ai suoi eroi : un esempio è nel 1° capitolo quando  descrive la guarnigione spagnola parlando dei  soldati  che “insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese”, o  “ accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre”. Queste espressioni scatenano poi la riflessione sugli abusi subiti dalle persone umili .

Manzoni, per finire, quando sussistono cambiamenti di situazioni, produce nel personaggio un cambio del registro linguistico :  il capitano di giustizia  usa parole pacate per calmare la folla inferocita ,poi le si scaglia contro chiamandola  “ canaglia”, dopo aver ricevuto un sassolino in testa.

La religione

Le istituzioni ecclesiastiche hanno  una grande importanza nelle vicende del romanzo, insieme alla concezione della Provvidenza e dell’infallibile giustizia divina destinata a supplire alle imperfezioni di quella terrena, ma altrettanto manchevoli sono tuttavia i ministri della Chiesa chiamati a testimoniare la parola di Dio nel mondo, perciò il clero è rappresentato come una dimensione assai variegata che riproduce la diversificazione sociale (infatti vi sono al suo interno personaggi borghesi e nobili, figure positive che aiutano i protagonisti e altre negative che, per malvagità o paura, sono complici dei soprusi). La Chiesa è dunque formata da uomini e donne soggetti all’errore e vittime delle passioni mortali al pari di tutti gli altri, il che rientra nella visione religiosa dell’autore per cui la Provvidenza opera a vantaggio degli umili in base ai suoi disegni imperscrutabili, ma Dio resta invisibile agli occhi degli uomini e si manifesta agitando il dubbio nel cuore dei peccatori, come è evidente nella conversione di Lodovico-Fra Cristoforo.

Il clero dimostra nella vicenda del romanzo molti difetti, a partire da quel don Abbondio che si è fatto prete per viltà e desiderio di quiete e, dunque, si dimostra inadatto a ricoprire l’alto ministero per cui non ha sentito una sincera vocazione: egli non è una figura del tutto negativa, dal momento che è affezionato ai due promessi e farà di tutto per aiutarli dopo la morte di donRodrigo, tuttavia non sa opporsi alle angherie dei potenti ed è il tipico rappresentante di quel clero di campagna che spesso, nel XVII-XVIII secolo, godeva di ampi privilegi e chiudeva gli occhi di fronte alle soperchierie dei nobili.  Se il clero secolare di cui don Abbondio è esponente mostrava spesso questi limiti nell’epoca storica del romanzo, non altrettanto può dirsi per quello monastico che nel libro è rappresentato soprattutto dai frati cappuccini: la loro scelta di indossare il saio equivale a un rifiuto radicale del mondo e di tutte le comodità che esso garantisce ai laici, dunque è la risposta a una vocazione seria e profonda (talvolta in seguito a drammatiche vicende personali, come nel caso di padre Cristoforo) oppure è la volontà di abbracciare una vita semplice e dedita al servizio dei bisognosi, come nel caso di fra Galdino . In più punti del romanzo viene risaltata la grande propensione alla carità di questi straordinari personaggi, che con la loro dedizione suppliscono alle carenze delle autorità cittadine e si prendono cura degli appestati finendo spesso per morirne.

Un altro personaggio molto importante nel contesto religioso dei promessi sposi è quello della monaca di Monza, la giovane Gertrude costretta dal principe suo padre alla monacazione forzata, che rappresenta un personaggio religioso negativo. Il suo dramma psicologico è ampiamente descritto e compreso da Manzoni, che non esita a denunciare le connivenze colpevoli della Madre badessa e del Padre vicario nell’accettare una professione di fede improvvisa e poco credibile, in cambio della protezione politica ed economica del Signore di Monza al convento. La vita della monaca di Monza è così irta di contraddizioni non risolte da farne un personaggio fortemente negativo, che testimonia il grado di corruzione e di degrado di alcune istituzioni religiose del ‘600.

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La vicenda della monaca di Monza può essere vista parallelamente a quella di don Abbondio, infatti i due personaggi sono entrambi esponenti di un clero che agisce in modo sbagliato, anche se la vicenda di Gertrude si tinge di elementi tragici sconosciuti al più “comico” curato di campagna.

L’unica eccezione fra gli esponenti dell’alto clero sembra essere il cardinal Borromeo, vescovo di Milano al tempo della vicenda narrata nel romanzo;  è in primo luogo un personaggio storico, che testimonia per Manzoni l’enorme ruolo che la Chiesa ambrosiana ha avuto nel XVII secolo durante la negativa dominazione spagnola. Un ruolo di sostegno alla popolazione durante le calamità ( carestia, guerra, peste ), di promozione culturale ( biblioteca ambrosiana ) ,di apostolato religioso e più generalmente di coesione sociale attorno ai valori cristiani.

Nella vicenda dei Promessi sposi egli ha un ruolo centrale in quanto riuscirà a convertire perfino la maggior autorità, l’Innominato,  un tempo famoso solo per le sue malefatte ed il suo potere oppressivo e crudele sulla popolazione; egli dopo la conversione si trasformerà addirittura in benefattore.

Manzoni dunque fa della figura del vescovo di Milano qualcosa di più di un personaggio positivo: ce lo mostra come l’autorità storica discriminante per la sorte dell’intero milanese.

La figura del cardinale si oppone a Gertrude in quanto sono entrambi nobili ma con inclinazioni opposte al bene e al male, così come fra Cristoforo si oppone a don Abbondio con cui condivide l’origine borghese e l’appartenenza al clero popolare, benché il primo sia antagonista di don Rodrigo e il secondo ne diventi complice.

 

Le digressioni

Il capolavoro manzoniano dei Promessi Sposi rappresenta uno dei più importanti romanzi storici dell’Ottocento dopo l’Ivanhoe di Walter Scott. Caratteristica peculiare dei romanzi storici sono le digressioni. Una digressione è l’ allontanamento temporaneo dalla storia che costituisce la struttura portante del romanzo. Nel momento in cui c’è questo breve distacco, l’autore ne approfitta per approfondire un avvenimento storico in relazione con la vicenda in modo che il lettore possa avere una visione più ampia del contesto temporale. Altre volte queste digressioni vengono usate per descrivere, principalmente in modo indiretto , un nuovo personaggio narrando un evento nel quale lui è protagonista e mediante esso possiamo comprendere molti lati del suo carattere o numerosi aspetti della sua vita. Manzoni fa un largo uso di questa tecnica tanto che nella seconda revisione del romanzo dovette ridurre drasticamente le digressioni presenti in esso poichè potevano disorientare eccessivamente il lettore all’interno della vicenda. Per staccarsi dalla vicenda principale, Manzoni usa varie strategie. Una di queste è quella di affidare la narrazione ad un narratore di secondo livello che spesso fa parte del sistema dei personaggi. Questo è il caso del “ Miracolo delle noci “, racconto di uno strano miracolo narrato dal frate cappuccino Fra Galdino nella chiusura del terzo capitolo . Oppure l’autore utilizza ampie analessi ( flash-back ) soprattutto per raccontare al lettore la vita passata di un personaggio come ad esempio accade per Fra Cristoforo, digressione che occupa quasi tutto il quarto capitolo. Altre digressioni importanti contenute nel romanzo sono quella sulla Monaca di Monza e quella sulla giustizia del Seicento in cui sono riportate le grida contro i Bravi. Un aspetto negativo che scaturisce dall’uso di digressioni e parti descrittive è quello di rallentare, anche se non pesantemente, la narrazione infatti nei primi otto capitoli,nei quali Manzoni fa largo uso di questi espedienti, si può notare facilmente che la storia procede con un andamento molto flemmatico. La prima digressione che si incontra nel romanzo è quella sulla giustizia del seicento. In questa digressione Manzoni riporta numerose grida emanate contro la classe sociale dei bravi che in lombardia era molto copiosa ed  racconta anche di come la dominazione spagnola opprimeva la popolazione e i più deboli che in questo periodo potevano solo subire la prepotenze dei più forti. La seconda digressione che Manzoni ci pone in esame è quella di Fra Galdino il quale narra una storia molto particolare soprattutto per il miracolo che conteneva. Con la storia del frate viene parzialmente introdotto il tema della carestia, ma soprattutto sono la fede in Dio e il rispetto dei voti che si fanno in suo onore i veri protagonisti di questa piccola storiella.