L’ attualità dei promessi sposi

Il romanzo di Alessandro Manzoni è un testo classico , ossia un libro che col tempo è divenuto parte integrante della cultura del nostro paese e addirittura patrimonio letterario mondiale.  Un testo che ha lasciato un segno in intere generazioni di studenti. Nel corso del ‘900 il  romanzo i Promessi Sposi ha conosciuto nuova fama grazie all’opera di numerosi illustratori di fumetti, registi e reti televisive.

 

 

disney

 

Molteplici sono state infatti le trasposizioni cinematografiche o le parodie del romanzo che oltre a svolgere un’azione di divulgazione e di intrattenimento hanno avuto  come obiettivo quello di avvicinare i giovani lettori  all’opera manzoniana.

locandina

 

L’attualità di questo romanzo è anche incentivata da alcune vicende che lo hanno reso protagonista subito dopo la sua pubblicazione. Infatti il romanzo ” I promessi sposi ”  di Alessandro Manzoni è stato il libro più pirateggiato dell’intera storia editoriale italiana. Tra la data della prima edizione, il 1825, ad opera di Vincenzo Ferrario e il 1860, erano centinaia le edizioni che giravano, e di queste solo una decina erano state formalmente autorizzate dall’autore. La prima versione del romanzo (Ferrario, Milano 1825-26) fu ceduta, per il mercato estero, a Pomba, che ne fece ben sei edizioni tra il 1827 e il 1837; la seconda versione, pubblicata a Milano da Guglielmini e Redaelli nel 1840, fu ristampata l’anno successivo a Parigi da Baudry con un contratto che prevedeva la cessione dei diritti per otto anni. Nell’aprile 1845 Felice Le Monnier fece uscire dai suoi torchi una nuova edizione dei Promessi Sposi, senza nessuna comunicazione all’autore e alcun preavviso. Manzoni ne ebbe notizia dal Grossi e preoccupato dal contingente danno scrisse all’avvocato Giuseppe Montanelli. Dopo un lungo processo, il 3 agosto 1846, Le Monnier fu condannato alla riparazione dei danni e al rimborso delle spese di giudizio quantificate in L. 237. Il Manzoni ne fu informato dal Montanelli e il 18 agosto rispose: «Andavo dicendo: spero nel Montanelli e nella giustizia toscana; ora dico: viva il Montanelli e la giustizia toscana. Certo, la cosa era chiara; ma l’avevano quasi fatta sparire, e bisognava accender de’ lumi per ritrovarla, come ha fatto Lei, tanto felicemente quanto abilmente».

 

 

 

 

 

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Il romanzo storico

Il romanzo storico è un misto di storia e di invenzione: esso, infatti, narra una vicenda di invenzione ambientata però in un’epoca storica precisa, generalmente del passato, ricostruita più o meno fedelmente nelle sue caratteristiche sociali e culturali. Accanto a personaggi storici, ossia realmente esistiti, che si configurano per lo più come personaggi secondari, si muovono e agiscono personaggi inventati, ma verosimili, nel senso che riflettono nel loro modo di pensare e di comportarsi la realtà storica e sociale dell’epoca in cui è ambientato il romanzo. Una caratteristica particolare del romanzo storico è la presenza di personaggi collettivi: vi sono infatti molte scene “corali” che hanno per protagonista non più il singolo personaggio, ma la folla, il popolo, gruppi di persone, raffigurati in atteggiamenti o comportamenti di partecipazione nei confronti degli eventi politici e sociali del loro tempo.

Dal punto di visto stilistico, il romanzo storico è spesso caratterizzato da ampie descrizioni di paesaggi che hanno la funzione di “incorniciare” l’azione e da minuziose, dettagliate descrizioni di oggetti, arredi, abiti d’epoca per meglio caratterizzare i personaggi. Inoltre il linguaggio usato è solitamente di registro alto, elevato, letterario, ma non è raro anche l’utilizzo di un linguaggio un po’ antiquato, che riproduce fedelmente quello parlato nell’epoca in cui si svolge la vicenda narrata.

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Nato nei primi decenni dell’Ottocento, per opera dello scrittore scozzese Walter Scott, l’autore di Ivanhoe, il romanzo storico ebbe subito molto successo e grande diffusione in tutta Europa.

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Al modello inventato da Scott si ispirò Alessandro Manzoni per la sua opera I promessi sposi, il più importante romanzo storico italiano. Inoltre, il romanzo ” Guerra e pace” di Lev Tolstoj è ritenuto uno dei più grandi romanzi storici di tutti i tempi.

guerra e pace

Considerato un genere tipico dell’Ottocento, il romanzo storico ebbe grande fortuna anche nel Novecento: basti pensare ai romanzi ” Il Gattopardo ” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e” La Storia ” di Elsa Morante.

Le varie edizioni

Edizioni

Il romanzo che ci è pervenuto  non è la prima versione scritta da Manzoni, ma il testo  é stato sottoposto a  diverse revisioni prima di arrivare all’edizione  finale. La prima stesura risale al  1821-23 con il titolo  di  “Fermo e Lucia” edizione subito dopo rivista dall’autore dando vita  alla seconda stesura del 1823-27  pubblicata con il titolo di “I Sposi Promessi” nel 1827 con differenze notevoli rispetto a quella iniziale .Nella prima il testo  infatti presenta tratti romanzeschi e ha una struttura che procede per blocchi separati, una lingua che risente molto del francese e di modelli letterari  preesistenti (sono presenti infatti francesismi e frasi in dialetto lombardo). Nel 1824 inizia  il lavoro di revisione che si conclude nel 1827. Nell’edizione del ’27 cambia  l’intreccio, che diviene più agile e mobile; varia la lingua,  la scelta infatti cade sul  toscano; predomina sul romanzesco un tono realistico, che comporta l’evidenza del quotidiano, ma anche un approfondimento psicologico nella rappresentazione dei personaggi. Cambiano i nomi dei personaggi  : Fermo Spolino diventa Renzo Tramaglino, filatore di seta; Lucia Zarella si chiama Lucia Mondella; fra Galdino, il cappuccino che protegge i fidanzati, assume il nome di padre Cristoforo; il Conte del Sagrato riceve la misteriosa denominazione dell’innominato; Marianna De Leyva diventa l’anonima monaca di Monza; solo don Rodrigo rimane immutato, anzi, risulta peggiore.Sembra che Manzoni voglia davvero fare di lui l’incarnazione del male di tutto un secolo infatti nel Fermo e Lucia, infatti, egli è scosso da una vera passione per la ragazza e vive una tremenda crisi di gelosia nei confronti di Fermo. La sua persecuzione, in fondo, nasce da un sentimento che potrebbe, se non giustificarla, renderla umanamente comprensibile. Nella redazione successiva, invece, gli ostacoli che frappone alle nozze nascono da una futile scommessa stipulata con il cugino Attilio, superficiale e prepotente come lui. Gli anni compresi tra il 1827 e il 1840 sono dedicati a una attenta ricerca di un linguaggio vivo: la lingua è ancora rinnovata in direzione del fiorentino. L’autore è da tempo interessato alla questione della lingua, che in Italia è dibattuta sin dal XIII secolo. Infatti gli Italiani, divisi politicamente, si sentono uniti nella cultura e, nell’Ottocento, aspirano ad una lingua letteraria che sia nazionale. Perciò il Manzoni, che vuole fare del suo romanzo un’opera italiana, ha bisogno di imparare il toscano parlato dalle classi colte (“Sciacquare i panni in Arno”) per frequenti e determinanti correzioni al linguaggio della narrazione. Nel 1840 esce così la versione definitiva intitolata “I Promessi Sposi”.

 

La questione della lingua

Con il termine ‘questione della lingua’ si è soliti indicare una storica disputa in ambito letterario per identificare quale lingua utilizzare nei territori della penisola italiana. Tale dibattito iniziò di fatto al principio del 1300 con il trattatto De vulgari eloquentia (in lingua latina) di Dante Alighieri, ebbe una fase acuta agli inizi del 1500 e continuò a fasi alterne fino all’epoca di Alessandro Manzoni con il quale si ebbe una svolta importante. Egli affrontò la questione della lingua in un primo tempo per ragioni artistiche e religiose, e in un secondo tempo per ragioni civili e patriottiche. Le ragioni artistiche e religiose sono connesse alla composizione dei Promessi Sposi. Accingendosi a scrivere il romanzo, Manzoni si pose il problema di un linguaggio che fosse in armonia con la sua poetica, la quale, facendo dell’opera d’arte un mezzo di elevazione morale e di apostolato delle verità cristiane in mezzo al popolo, esigeva l’uso di un linguaggio chiaro, semplice, facile, accessibile a tutti, popolare. Le ragioni civili e patriottiche si imposero in un secondo tempo, quando via via che si realizzava l’unità d’Italia, egli si pose il problema di una lingua comune, unica e unificante che favorisse l’unità spirituale degli Italiani. Ponendosi il problema della lingua, Manzoni faceva un confronto tra gli Italiani e gli altri popoli. Egli notava, per esempio, che mentre nella Spagna, in Francia, in Inghilterra la lingua letteraria era assai vicina a quella parlata, c’era un abisso, invece, in Italia, tra la lingua scritta e quella parlata. Considerando poi la lingua scritta degli Italiani, il Manzoni notava che essa era antiquata, aulica, dotta, retorica, difficile e incomprensibile per gli ignoranti. Lo scrittore italiano era perciò condannato o ad usare una lingua vicina a quella parlata, per essere vivace e moderno, col rischio però di dare un’impronta dialettale alla sua opera e di confinarla nell’ambito della sua regione, oppure ad usare la lingua letteraria della tradizione, col rischio però di vedere la sua opera compresa solo dai dotti di tutte le regioni italiane, ma naturalmente ignorata dal popolo. Occorreva perciò una lingua che fosse nello stesso tempo moderna ed unitaria: per essere moderna, occorreva che fosse una lingua parlata, per essere unitaria occorreva scegliere e avere come modello una particolare lingua parlata. Per il Manzoni la lingua unitaria degli Italiani doveva essere il fiorentino, ma non quello scritto della tradizione letteraria, caro ai puristi, ma quello parlato dalle persone colte di Firenze, nei bisogni della vita pratica. Si trattava di una rivoluzione vera e propria, perché la teoria manzoniana abbatteva finalmente lo steccato che da secoli si era alzato in Italia tra la lingua dei letterati e quella del popolo, e, uniformandosi ai postulati del romanticismo, diffondeva l’uso di una lingua semplice, chiara, spontanea, popolare. Alessandro Manzoni mise in pratica la sua teoria con intelligenza e moderazione, accogliendo nella sua prosa, quando era necessario, ai fini della precisione e della chiarezza, anche i termini non fiorentini, ricavati dalla tradizione culturale italiana e straniera.

I luoghi del romanzo

Manzoni per descrivere i personaggi usa una tecnica  particolare infatti alcuni aspetti del del carattere dei personaggi  vengono  descritti attraverso il luogo in cui vivono.
Il primo capitolo inizia con la descrizione sommativa dell’area geografica in cui si svolgerà la vicenda. Tale descrizione avviene dall’alto, un punto di vista insolito per il lettore che così ha un’ampia idea della zona, questa tecnica è detta visione cinematografica o a volo d’uccello. Lo scrittore lombardo è convinto che un piano divino regoli le cose  del mondo,è per questo che,nel momento in cui dà l’avvio alla narrazione,privilegia la visione dall’alto.Il paesaggio viene visto con gli occhi di Dio che lo ha creato prima che con quelli degli uomini che lo abitano.  Così facendo l’autore va a presentare anche se indirettamente, la vera protagonista del romanzo : la Divina Provvidenza.

Il romanzo è “girato” in gran parte in “esterni”.Gli episodi di primo rilievo che hanno luogo tra le quattro mura sono pochi: il colloquio tra Don Rodrigo e Fra Cristoforo,il tentato matrimonio a sorpresa nella canonica di don Abbondio,la sbornia di Renzo, il colloquio del Cardinale con l’Innoniminato, la malattia e la morte di Don Rodrigo. Ma sono in esterni tutti gli altri a cominciare dal fatale incontro di don Abbondio con i Bravi, l’addio ai monti, la sommossa di Milano, la fuga di Renzo, il rapimento di Lucia, don Abbondio sulla mula, la peste, il Lazzaretto

LA STRADICCIOLA DEL LAGO DI COMO

Don abbondio e i bravi

Questo luogo è il primo ad apparire all’interno del romanzo perchè è immediatamente posposto all’ampia descrizione del paesaggio che man mano si restringe fino a focalizzarsi interamente su questa piccola strada. Essa è percorsa quotidianamente da Don Abbondio e sarà proprio lungo questo percorso che l’equilibrio del romanzo troverà la sua rottura. La via che ci viene presentata non è altro che una della tante stradine che costeggiano il lago di Como e che separano la campagna dalle sponde del lago. Esse non sono molto frequentate ed è probabilmente per questo motivo che Don Abbondio ama passeggiarvi poichè il curato ama la tranquillità e cerca sempre di evitare ciò che la possa sconvolgere.

IL PALAZZOTTO DI DON RODRIGO

palazzotto di don rodrigo

Viene chiamato così sia per sminuire quel luogo che  per sottolineare  il  senso di inferiorità del signorotto che vi abita, infatti quest’ultimo è considerato dai suoi pari non un temibile padrone bensì un mediocre tirannello. La sua residenza  rispecchia molto il carattere del padrone ,  lui non si sente all’altezza  dei suoi antenati. Nel romanzo Manzoni si sofferma molto sul complesso di inferiorità di Don Rodrigo ritornando spesso sul fatto che questo signorotto si senta potente solo all’interno della sua casa.

Il palazzotto si trova su una collina e ai suoi piedi giacciono le case dei contadini a lui affiliati. Manzoni sottolinea dettagliatamente la posizione delle case rispetto al palazzo che è segno dell’obbedienza passiva ,della sottomissione dei contadini a don Rodrigo.Il palazzotto dà l’idea di una lurida caserma , tutti i personaggi presenti “mezzi contadini e mezzi banditi” sottolineano il servilismo di tali individuai al padrone . La descrizione del palazzotto avviene con gli occhi di Fra Cristoforo ed in un primo momento essa conferisce un’aria piuttosto minacciosa al luogo ma questa prima apparenza verrà sminuita con la descrizione del castello dell’Innominato, un luogo che incute grande terrore.

CASA DI LUCIA

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La casa dove abita Lucia assieme a sua madre Agnese è una casa molto semplice e spoglia. Essa si trova in fondo al villaggio ed è composta da due piani e un cortiletto che poi dà l’accesso alla dimora vera è propria. Questa si può definire una casa statica e inviolabile fino al  tentato rapimento di Lucia, da  quel momento la sacralità di quella casa viene spezzata con appunto l’effrazione da parte dei Bravi.

CASA DI TONIO

casa di tonio

La casa di questo personaggio è anch’essa una casa umile e forse di ridotte dimensioni rispetto a quella di Lucia  che tra l’altro non deve ospitare un famiglia numerosa. Inoltre  quella di Tonio è la prima vera famiglia descritta da Manzoni il quale ne approfitta per contestualizzare il tema della carestia all’interno di questo nucleo famigliare.

L’OSTERIA

osteria

L’osteria è un luogo non prediletto,anzi guardato con sospetto dal Manzoni poichè  luogo ambiguo  e pieno di insidie . E’ un luogo di finzione e sotterfugi  dove le persone malvagie si riuniscono per progettare  inganni ed elaborare  piani diabolici per compire misfatti di ogni genere infatti l’osteria è molto frequentata dai Bravi .Essa può rappresentare anche un luogo utile dove racimolare informazioni sulla gente del posto. Tali informazioni vengono fornite puntualmente dall’oste felice di accontentare i clienti in tutto e per tutto purchè paghino.

LA CANONICA

Canonica

Manzoni non ce la descrive nel dettaglio ma sappiamo che è formata da due piani e che vi abita Don Abbondio, curato della cittadina. Questo luogo rappresenta per il parroco  l’unico posto veramente sicuro dove rintanarsi quando si imbatte in situazioni sgradevoli o quando si sente in pericolo,  ciò lo si evince soprattutto all’inizio del romanzo quando, dopo essere stato minacciato da due bravi corre subito verso casa sconvolto. La sicurezza della canonica però viene violata nel VIII capitolo quando Renzo e Lucia con altri complici tentano di ingannarlo, penetrando di nascosto nella sua dimora. Questa visita a tradimento sconvolge molto il  parroco poichè egli capisce che anche nella sua stessa casa può essere attaccato.

LA CASA DEL DOTTOR AZZECCA-GARBUGLI

Casa di azzecca-garbugli

Si trova a Lecco e vi si reca Renzo sotto consiglio di Agnese. E’ molto facile da individuare poichè è conosciuta da tutti ma Manzoni non ci offre una descrizione completa di essa. La dimora dell’avvocato in Renzo suscita una grande senso di rispetto e riverenza verso quel luogo e la figura che rappresenta, ma il vero fulcro della vicenda è lo studio di Azzecca-garbugli tappezzato di ritratti deicesari romani e contenente una grande libreria e una scrivania colma di documenti e grida “ vecchie e nuove”  .

ADDIO AI MONTI 

L’Addio ai monti di Lucia è la parte conclusiva dell’ottavo capitolo del romanzo, in cui Lucia, in procinto di abbandonare il paese, accompagnata da Renzo per giungere a Monza, saluta per l’ultima volta quei paesaggi che ha ammirato per anni interi, con una nota malinconica e già nostalgica. Nell’Addio ai monti è  inoltre possibile ricongiungere avvenimenti moderni e quotidiani poiché esso è espressione dello stato d’animo e della riflessione di chi, in ogni tempo, è costretto a lasciare la propria terra; analizza i sentimenti e i pensieri della protagonista che caratterizzano il brano, sottolineando l’intensità delle parole e del loro significato in un personaggio così semplice. Tutto ciò si svolge mentre i tre fuggiaschi si stanno allontanando dal loro paese su una barca. Lucia pensa al paesaggio che sta abbandonando e data la sua grande malinconia anche l’ambiente trasmette tristezza, sottolineando il suo stato d’animo , tutta la descrizione è molto poetica, capace di far sentire il lettore come in quel luogo. La rappresentazione mostra  il triste pensiero della donna, costretta da un giorno all’altro ad abbandonare la sua terra natìa, alla quale era molto affezionata e dove, almeno prima dell’oltraggiosa offesa di Don Rodrigo, si sentiva sicura e protetta. Lucia si sente minacciata dal potere e dalla grandezza del palazzotto e quindi da Don Rodrigo e non può far altro che piangere segretamente. “Lucia lo vide, e rabbrividì. Posò sul braccio la fronte come per dormire e pianse segretamente.” Nella descrizione del paesaggio, Manzoni ritrae tutti i particolari ,nei minimi dettagli, dell’ambiente circostante, perché Lucia sta lasciando alle spalle qualcosa di veramente amato e inoltre per lei la sua casa e quei luoghi sono gli unici posti  conosciuti. Secondo la visione di Manzoni, le cause per cui si lascia la propria terra possono essere diverse: si può lasciare la terra natìa per andare a cercare  fortuna altrove o , come in questo caso, si è costretti ingiustamente a fuggire. Lucia anche in questa   particolare circostanza rivolge ancora una volta i suoi pensieri e le sue speranze a Dio, con la convinzione che la stia assistendo nella sua sventura, la ragazza però non esterna le sue sensazioni , le sue paure, i suoi pensieri a Renzo. L’uso del paesaggio nei promessi Sposi è un elemento  molto importante che porta alla soluzione di un problema fondamentale: far capire al lettore in profondità le condizioni, il modo di vivere, le usanze del seicento; ma non solo: i sentimenti, le opinioni e lo stile di vita dei suoi personaggi. La descrizione del  Lago di Como, i segni della carestia, il luogo di abitazione di alcuni personaggi, l’addio ai monti,  sottolinea la struggente nostalgia di Lucia che si allontana da luoghi cari, prendendone congedo con strazio, mentre il cielo è luminoso, il paesaggio immobile e statico, l’atmosfera  tranquilla. È notevole come Manzoni riesca, con un paesaggio, a comunicare al lettore sentimenti  particolari visivi come se anch’egli fosse proprio lì, ad osservare la triste scena. Anche se Lucia è una persona semplice, l’autore le attribuisce anche un’intelligenza non comune nelle persone come lei, poco istruite e più umili e la stessa ricorre spesso alla parola “addio”, (“Addio, monti”; “addio, casa natìa”; “addio, casa ancora straniera”; “addio, chiesa”), proprio per sottolineare un allontanamento che potrà durare anche molto tempo, anche se nessuno può realmente sapere per quanto Renzo e Lucia dovranno sopportare le ingiustizie, i soprusi e i dispetti del signorotto. A questa pagina di Manzoni si possono paragonare anche disagi dei giorni nostri, ed è per questo che il lettore è coinvolto emotivamente nella lettura. Anche oggi infatti sono molte le persone costrette alla fuga dalla loro città per le condizioni economiche o per lavoro e che devono affrontare disagi non indifferenti per andare altrove. Questa caratteristica di Manzoni, di riuscire a far risuonare nel tempo i pensieri di Lucia, rende il romanzo unico nella sua capacità di essere motivo di riflessione anche per le persone della società attuale. L’Addio ai monti rappresenta inoltre una fase di passaggio del romanzo fondamentale : da questo momento le strade dei due giovani si separeranno e ognuno di loro verrà in contatto ,in modi diversi ,con un mondo più vasto e più tragico di quello che conoscevano.Solo dopo lunghe peripezie potranno ricongiungersi , più maturi e consapevoli,ma soprattutto più che mai  rafforzati nella loro fede nella Provvidenza divina.

 

I personaggi del romanzo

LUCIA 

Lucia

Lucia Mondella   è la protagonista femminile del romanzo. Lei è figlia di Agnese, orfana di padre sarà  educata dalla madre fino a che non si sposerà con il buon Renzo Tramaglino che abita nello stesso paesino in cui vive la giovane.  Sarà proprio la mancata celebrazione del loro matrimonio che porterà alla rottura dell’equilibrio iniziale. Il suo personaggio viene delineato dall’autore con brevi cenni per quanto riguarda l’aspetto fisico  infatti possiamo parlare di una bellezza non eccezionale, ma modesta e segnata dalla povertà ; però  in compenso ci fornisce   un ritratto  psicologico completo. Lucia infatti incarna i valori più onesti e sinceri della società contadina dell’epoca possedendo una profonda religiosità e una fede incondizionata verso Dio e la sua divina provvidenza. Per questo motivo non approva mai i piani fallimentari di Renzo e Agnese ma ripone la sua fiducia esclusivamente in Fra Cristoforo incarnazione della  Chiesa sana. Saranno proprio la sua fede e la sua profonda religiosità a salvarla in situazioni difficili ad esempio quando sarà rapita dall’Innominato, ed a condurla sulla giusta strada. Anche se di umili origini   possiede nobiltà di sentimenti e di ideali tali da far invidia a persone di più alta nascita e cultura. Inoltre benché sembra avere un ruolo passivo all’interno del romanzo, Lucia si oppone con tanta forza e decisione a tutto ciò che la sua coscienza non può tollerare utilizzando armi come la fede, la speranza e la preghiera . Il suo rapporto con Renzo è molto particolare perché Lucia vive il dramma della coscienza tra imperativo della legge morale e la sua concreta applicazione. Il suo amore per Renzo non vive attraverso dichiarazioni o effusioni ma affidato ad un’intimità gelosa, confinato in una zona di pudore che lo rende profondamente suggestivo e intensamente originale. In lei, la fede ha creato una sensibilità più alta ed una superiore gentilezza di affetti: ella è creatura che non sembra di questa terra, e pur rimane una contadina, con il suo modo di sentire semplice e quadrato, ben circoscritto in una precisa determinazione di tempo , di luoghi e di educazione.

RENZO

Renzo Tramaglino é il futuro marito di Lucia. É una persona di condizioni umili e pur essendo fondamentalmente pacifico ,è anche sempre pronto ad infiammarsi di fronte a un torto e ad agire in modo ingenuamente minaccioso se ferito nella sua appassionata ricerca della giustizia. E’ gioviale e cortese ,ma cede facilmente all’istinto e può diventare minaccioso . Tale  aspetto del  carattere si manifesta  quando, ad esempio nel secondo capitolo, dopo che ha notato che Don Abbondio aveva uno sguardo sfuggente  torna nella sua casa dove mette alle strette il curato e lo costringe a rivelare il nome del prepotente che ha ostacolato il suo matrimonio con Lucia.

Renzo ha  senso pratico ad esempio nel sesto capitolo, quando Agnese propone l’ idea del matrimonio a sorpresa  , si reca subito da Tonio per chiedergli di essere suo testimone, rinnegando la sua fede verso la provvidenza divina.

Renzo è fra i personaggi del romanzo quello che si muove di più,quello che cammina ,cammina incontra persone,luoghi e situazioni diverse. Renzo dovrà compiere un lungo viaggio prima di approdare alla conquista di un sentimento della giustizia non più legato alle leggi degli uomini ,ma solo alla legge dell’amore e del perdono

Renzo.L’amore per Lucia e la solidità dei valori morali nei quali crede gli impediranno di commettere azioni,di cui un giorno potrebbe pentirsi. Di fronte a Renzo,buono  ma non alieno da atteggiamenti impulsivi ,sta Lucia,sorretta nella sua semplicità dalle più alte  virtù evengeliche. In questi aspetti del carattere dei due protagonisti possono ravvisarsi le premesse in cui si disporranno le due vicende .Le esperienze ,pur traumatizzanti di Lucia si svolgeranno in luoghi chiusi,tra le pareti della sua “casetta”, o di un castello,o di un palazzo nobiliare,o di un monastero,o magari di una capanna nel Lazzaretto dove ella maturerà le sue più ferme decisioni.Renzo dovrà invece scontrarsi in un lungo e tormentato peregrinare,con le vicende della vita pubblica che,mentre lo indurranno a moderare la sua avventatezza,contribuiranno a trasformarlo da “giovanotto ignorante” in un uomo maturo  e consapevolmente giusto.

Fra Cristoforo ricopre per Renzo non solo il ruolo di padre spirituale ma anche quello di padre terreno dato che il giovane è orfano di entrambi i genitori.Il frate cappuccino si riconosce nel giovane Renzo  per cui  cerca  di frenare gli impulsi del giovane ,la sua rabbia cercando di dissuaderlo a dal commettere atti di violenza ,ripercorrendo il suo stesso errore,ovvero quello di uccidere qualcuno, episodio di cui si era macchiato in precedenza  Fra Cristoforo  e che portava dentro sè. E’ anche per mostrare a Renzo il giusto atteggiamento che fra Cristoforo decide di affrontare Don Rodrigo ,disarmato,forte solo della sua fede. Fra Cristoforo invita  Renzo ad avere fede nella Provvidenza divina, anche se solo Lucia , all’inizio della vicenda , possiede in modo profondo e autentico le virtù cristiane.

DON ABBONDIO

Don Abbondio è il curato di un non precisato paesino di Lecco,(molti critici basandosi sulle informazioni disseminate da manzoni nel corso della narrazione  sostengono si tratti di Olate) in cui vivono Renzo e Lucia.  Per la sua lunga presenza sulla scena e per l’interesse che gli dedica il narratore è il protagonista del primo capitolo.

Il narratore lo delinea attraverso una focalizzazione esterna seguendone i movimenti,come lo stesse accompagnando con la macchina da presa, mettendo in risalto i gesti del personaggio: teneva il breviario usando come segno l’indice della mano destra;buttava via con il piede i ciottoli che gli davano fastidio;alzava il viso;girava gli occhi.

don abbondio

Nel corso della narrazione la focalizzazione si fa interna:il narratore arricchisce il ritratto di don Abbondio riferendo il suo sistema di vita,le sue opinioni,il suo comportamento.La combinazione dei due punti di vista fornisce una presentazione che,pur essendo il romanzo al suo esordio ,è già abbastanza completa. Il narratore ci presenta il personaggio come tranquillo,ozioso,abitudinario nella sua vita quotidiana, legge con superficialità per riempire le ore vuote  qualsiasi libro gli passi per le mani ( infatti il biblotecario gli consegna sempre un libro a caso ).

Ha  scelto  di diventare curato non per vocazione, ma per evitare ogni sorta di problema, in quanto questo mestiere era reputato un lavoro tranquillo. Don Abbondio  di fronte ai contrasti e alle ingiustizie non prende mai alcuna decisione e rimane quasi sempre neutrale in presenza di uno schieramento, ma se costretto si pone sempre dalla parte del più forte. Da queste regole di vita deriva la sua avversità verso coloro che si espongono ai contrasti e scelgono di difendere il più debole trascurando la prudenza. Il curato si rivela essere  un usuraio, in particolare verso Tonio, l’amico di Renzo.

Don Abbondio rappresenta per cui  la chiesa corrotta e le debolezze umane. Manzoni prova quasi compassione per questo personaggio, perchè, nonostante sia sempre molto attento a non incappare in nessun tipo di problema, si ritrova ad avere a che fare con Don Rodrigo. Dopo il famoso colloquio tra il curato e i Bravi al servizio del signorotto che gli impongono di non celebrare il matrimonio tra i due promessi, torna a casa e la sua governante Perpetua intuisce subito che è successo qualcosa al suo padrone dai  comportamenti di Don Abbondio che non sono quelli  abituali  . Quella sera il povero curato va a letto senza cenare e a  questo punto ha inizio la celebre ” notte di Don Abbondio ” in cui Manzoni con l’ironia, lo paragona al Principe di Condè, in quanto entrambi devono affrontare una battaglia, con la differenza che il principe è risoluto e sicuro di sè, mentre il curato non ha la minima idea di come uscire da questa spiacevole situazione.

Posto di fronte alla minaccia dei Bravi il  parroco  si mostra disposto all’obbedienza,ossequioso   scartando  subito l’idea di opporsi all’ordine dei Bravi mentre non esita a  raggirare il giovane, farfugliando qualche frase sulle procedure e utilizzando il Latino, perchè sapeva che Renzo non era colto. Ma il giovane non si arrende e, parlando con Perpetua ( descritta come una donna molto pettegola ) intuisce che qualcuno molto potente si è intromesso nel suo matrimonio, quindi torna subito dal curato e, minacciandolo lo costringe a confessare.

FRA CRISTOFORO

Fra Cristoforo è uno dei personaggio del romanzo  delineato in modo dettagliato da manzoni  nel IV capitolo. Prima della sua presentazione Manzoni descrive il paesaggio di Pescarenico in cui Fra Cristoforo, il cui vero nome, prima di prendere i voti, era Lodovico, vive ed esercita la sua missione di padre cappuccino.

Il frate è descritto mentre si sta dirigendo a casa di Lucia ed Agnese, avendo ricevuto il messaggio delle due donne  da parte  di Fra Galdino  di urgente bisogno di parlare con lui. Manzoni ci fornisce una  descrizione fisica minuziosa  del volto di Padre Cristoforo che appare come un uomo ormai vicino ai sessant’anni, con un capo rasato, tranne, secondo il rito dei cappuccini, una piccola corona di capelli. Ha una barba lunga e bianca che gli copre il viso e il mento e la fronte solcata da profonde rughe. Ha due occhi incavati, spesso chinati a terra, ma che talvolta si infiammano. Lo scopo dello scrittore è quello di rivelare attraverso la descrizione fisica il carattere e il temperamento del personaggio la cui caratteristica è quella di essere in perenne lotta fra orgoglio e umiltà, fra la sua vecchia e nuova personalità, quella di uomo comune e uomo di chiesa.

fra cristoforo

Dalla descrizione di Padre Cristoforo emerge subito infatti la duplice personalità di questo personaggio: l’uomo forte e battagliero e l’uomo pacato, umile e dedito al sacrificio. Sia l’aspetto fisico che il suo comportamento mostrano continuamente questo suo dibattersi tra il temperamento focoso e la sua volontà di dominarsi e placarsi. Anche il suo linguaggio che solitamente è umile e tranquillo, a volte diventa impetuoso e appassionato. E’ un peccatore pentito. Manzoni lo presenta dal carattere onesto e al tempo stesso violento, dal carattere impulsivo ma generoso (infatti si può paragonare a Renzo), animato da un profondo senso di giustizia, dall’amore per i deboli e dall’impegno instancabile per la loro difesa.

Manzoni si dilunga attraverso un  flash back   nella descrizione dell’ambiente in cui è vissuto Fra Cristoforo ricostruendo  la sua infanzia,. Egli, da giovane, conduceva una vita signorile essendo figlio di un ricco mercante che aveva guadagnato abbastanza da potersi permettere di abbandonare la sua professione e di vivere di rendita. Il padre di Lodovico/Fra Cristoforo era consapevole di essere oggetto di scherno da parte dell’aristocrazia a causa della sua origine borghese  e appunto per questo aveva assicurato al figlio un ‘istruzione  degna di un nobile. Lodovico inevitabilmente cresce assimilando modi di vita e abitudini proprie dei nobili pur sentendosi intimamente  più vicino agli umili ed ai deboli. Più volte egli aveva pensato di farsi frate perché non era soddisfatto della vita che conduceva. Il drammatico episodio del duello in cui Lodovico uccide un signorotto è determinante per il suo allontanamento definitivo dall’ambiente aristocratico in cui è vissuto, rinuncerà a tutto e diventerà frate vivendo in povertà per aiutare i bisognosi. Il pretesto della discussione con il signorotto è dovuta a una questione di fatti accaduti precedentemente. Ciò provoca una lite che presto sfocia in un duello, dove Lodovico combatte per difendersi, mentre il signorotto combatte per uccidere. Durante questa lite, Cristoforo, il servo di Lodovico, muore sotto i colpi dello sfidante mentre cerca di proteggere il suo padrone. A quel punto Lodovico perde il controllo e tira una pugnalata che colpisce in pieno il nobile, portandolo alla morte. Lodovico viene condotto dalla folla nel vicino convento dei frati, per cercare asilo, per pentirsi di ciò che ha fatto. Durante la permanenza in convento Lodovico prende la decisione di farsi frate e assume il nome di fra Cristoforo, in memoria del servo ucciso.

Prima di questo tragico episodio nei comportamenti di Lodovico era l’orgoglio a prevalere. Una volta presi i voti invece prevale l’aspetto remissivo e caritatevole del suo carattere: l’orgoglio, anche se mai completamente domato, è tenuto a freno dall’umiltà.

La conversione non cambia il carattere di Fra Cristoforo ma cambia il risultato della lotta tra i due aspetti contrastanti della sua personalità: i valori della forza e dell’orgoglio, che prevalevano in Lodovico, vengono sconfitti dall’umiltà e dalla mitezza di Fra Cristoforo.

Come uomo di fede egli continuerà a difendere gli umili dalle angherie dei prepotenti, con la differenza che ora non ricorrerà più alla violenza, ma alla sola  forza della fede. Fra Cristoforo è l’antitesi di Don Abbondio ;come quest’ultimo è pronto ad ossequiare i potenti e a non ostacolarli,così il frate difende quei valori che,per loro natura,sono l’opposto di quelli esaltati dalla società del suo tempo.Il fatto di essere l’anti Don Abbondio spiega perchè padre Cristoforo e il curato non si incontrano mai nel romanzo:sarebbe stato come voler far incontrare due mondi opposti e Don Abbondio avrebbe qualificato il frate come uno che vuole “raddrizzar le gambe ai cani”. I due  uomini rappresentano infatti due modi opposti di intendere la vita consacrata :piccoli privilegi e comodità per il primo,umiliazione e sacrificio per il secondo.

DON RODRIGO

Don Rodrigo è il signorotto del luogo e ci viene presentato come l’antagonista della vicenda. È l’unico personaggio di cui Manzoni non ci fornisce una descrizione fisica  completa e fa questo volontariamente, quasi a sottolineare che  chi opprime il più debole non merita alcuna considerazione. È il lettore che deve coglierne gli aspetti, attraverso i suoi modi di agire, di pensare, e anche attraverso la descrizione della sua residenza. Ci viene presentata  come un palazzotto che sorge su un’altura ( ciò allude ad un segno di sottomissione da parte dei contadini ), da l’idea di una caserma e i personaggi che vi agiscono all’interno sono contadini che all’occorrenza si trasformano in Bravi a  sottolineare il servilismo degli abitanti del posto al proprio signore. Inoltre all’interno della sua dimora  si alternano oggetti del lavoro a quelli del delitto ( si allude alla crudeltà di Don Rodrigo e delle persone a lui vicine ).

don rodrigo

Per finire il palzzotto ci viene presentato come un luogo indecente e subdolo che rispecchia la personalità del padrone. Infatti Don Rodrigo è definito un ” mediocre tirannello ” in quanto non è capace di prendere decisioni da solo, ma viene spinto dal cugino, il Conte Attilio, che si rivelerà malvagio e ignorante, convinto della sua superiorità. Se non fosse stato continuamente sollecitato dallo scellerato cugino , probabilmente lui avrebbe abbandonato la sua impresa di possedere  Lucia, ma è costretto ad andare fino in fondo per non deludere le aspettative, sue e del cugino. Dalle parole del narratore emerge che  Don Rodrigo non si sente all’altezza dei suoi antenati, che cerca di  imitare, ovvero  un magistrato, una matrona, un abate e un guerriero. Il famoso discorso tra Don Rodrigo e Fra Cristoforo ( ” Verrà un giorno ! ” ), segna profondamente il signorotto, che si lascia intimorire dal frate; ovviamente anche questo episodio è oggetto di scherno da parte del Conte Attilio, che non perde tempo per umiliarlo e rimproverarlo, dandogli del vigliacco e del buono a nulla. A questo punto Don Rodrigo decide di fare una passeggiata per riacquistare un pò di fiducia in se stesso con l’ennesima dimostrazione  del grande potere che esercita sul popolo infatti, quando si reca per le strade del paese, tutti i contadini si inchinano al suo cospetto.

GERTRUDE ( LA MONACA DI MONZA )

Gertrude, ovvero la Monaca di Monza, è il personaggio protagonista dei capitoli IX e X dei Promessi Sposi. Essa rappresenta un’immagine opposta del mondo degli ordini religiosi rispetto a quella offerta da Padre Cristoforo, perché da ospitante ed  aiutante di Lucia si trasforma in aiutante dei suoi rapitori. Appartenente alla più alta nobiltà, essa vive, fin dalla sua monacazione forzata, tutte le contraddizioni e i malefici effetti dell’intreccio tra sistema ecclesiastico e prepotenza sociale. Per creare il suo personaggio Manzoni si è ispirato ad personaggio storico :  Marianna de Leyra, di nobili natali, diventata nel 1591 suor Virginia Maria nel convento di Monza. Il narratore, rifacendosi alla vita della donna, allude alla relazione di Gertrude con Egidio, alla sua seduzione agli intrighi di monastero evitando di descrivere l’uccisione della conversa e l’uccisione efferata di Egidio, colpito dalla giustizia pubblica a cui invece aveva dedicato ampio spazio nella precedente edizione. Quando Lucia, all’inizio del IX capitolo, giunge al convento di Monza per cercare ospitalità e ricovero, l’apparizione dietro la grata del parlatoio della “signora”, colei che non è badessa ma ha gran potere per i suoi nobili natali, suscita nel lettore una sospensione di curiosità e attesa.

monaca 1

L’accurato ritratto fisico della donna, sottolinea i segni esterni di un segreto tormentoso, che presto appariranno come le tracce di una doppia vita. Sugli elementi puramente descrittivi prevalgono le interpretazioni psicologico-morali: “bellezza sbattuta, sfiorita e direi, quasi scomposta; contrazione dolorosa” della fronte; “investigazione superba, odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e feroce, svogliatezza orgogliosa” e “travaglio d’un pensiero nascosto” negli occhi; “abbandono del portamento; mosse repentine, irregolari e troppo risolute; qualcosa di studiato e di negletto” nell’abbigliamento. La vicenda di Gertrude si distingue in due tempi: quello in cui essa è, sin dalla culla, vittima predestinata di un padre luciferino, padrone, egoista e crudele, che spinge  la figlia alla monacazione; ed un secondo momento in cui ella stessa diventa strumento del male “responsabile del capriccio, del disordine e del peccato”. Evidente è la sproporzione delle due parti: il narratore si dedica soprattutto alla prima, riducendo la seconda ad una breve sequenza. Nel racconto dell’infanzia e della giovinezza, il rapporto con il padre mette a nudo la fragilità del carattere della fanciulla, contrapposta alla crudeltà del nobiluomo: l’imprigionamento morale di Gertrude avviene sin dalla nascita, attraverso i giochi, i discorsi familiari, i ricatti affettivi. Una sistematica, ingannevole deformazione investe gli eventi: a una figlia bisognosa del perdono, per aver intrattenuto una corrispondenza con un paggio, il padre è capace di dimostrare che ogni possibilità di matrimonio è per lei ormai tramontata dopo una simile colpa. Quando Gertrude lascia sfuggire un assenso a una sua considerazione sui pericoli di cui il mondo è pieno, egli mostra di intendere quell’assenso come un’accettazione implicita del velo e la travolge con una serie intramontabile di gesti e di discorsi, tutti volti ad esprimere un conforto e una felicità ormai certa che l’intera famiglia è pronta a condividere. Negli unici momenti in cui la ragazza potrebbe sottrarsi alla morsa che la stringe, la sua debolezza di volontà le impedisce di affrontare la situazione: nel momento in cui chiede pubblicamente di essere accolta nella comunità monastica viene guidata a distanza da occhi paterni. Nel colloquio con l’esaminatore che dovrebbe vagliare attentamente l’autenticità della sua vocazione, l’evidenza terribile di quanto dovrebbe confessare la scoraggia e la spinge a rifugiarsi nella finzione delle parole: “e fu monaca per sempre”. Dal rancore e dalla frustrazione della vittima nasce la malvagità della suora. Gertrude, così, diventa preda di un umore astioso e variabile, che si sfoga con le altre monache o con le allieve a lei affidate, fin quando la tresca con Egidio non le ripropone la sottomissione alla volontà perversa di un uomo. La digressione rende chiaro il senso delle domande morbose che ella rivolge a Lucia sul nobile di cui essa ha rifiutato le offerte, ma fa intuire al lettore che Lucia anziché trovarsi sotto la protezione della monaca, sicura come sull’altare, è caduta in trappola. A Lucia, dei suoi discorsi rimane in cuore un confuso spavento, mentre Agnese si limita ad un giudizio generale, ma non benevolo.

Per costruire questo personaggio Manzoni ha fatto riferimento,come già anticipato, ad una donna realmente vissuta nel ‘500, Marianna De Leyra. Era figlia del ricco Don Martino, conte di Monza. All’età di un anno perde la madre e viene affidata alle cure della zia paterna e del padre. Lui si risposa, ha dei figli e costringe Marianna ad entrare in convento, complottando con la zia. Appena fatto  il voto, la giovane inizia ad occuparsi dell’educazione di giovani ragazze e, quando scopre la relazione di una sua alunna con un poco di buono decide di intervenire. La stessa monaca diventa amante di questo ragazzo, un certo Gianpaolo Osio, e  dalla loro relazione nascerà poi una bambina. Gianpaolo si vanta di avere una relazione con una suora; compie altri due omicidi e viene condannato a morte; tuttavia per evitare la sua punizione, invia una lettera al vescovo di Milano, minacciandolo di rendere nota la sua relazione  e quindi di provocare uno scandalo, ma contrariamente ad ogni sua previsione  viene arrestato e poi  decapitato. Marianna verrà murata viva in un carcere dove morirà nel 1603 a trent’anni.

AZZECCA – GARBUGLI 

Il Dottor Azzecca-Garbugli , chiamato anche Dottor Pettola o Dottor Duplica, fa il suo ingresso nel capitolo III quando Renzo si reca da lui per una consulenza. E’ un avvocato di Lecco denominato così per la sua abilità nel risolvere questioni molto spinose e ci viene descritto da Agnese  come un uomo di media età, alto, asciutto, pelato, col naso rosso e una voglia di lampone sul viso e dal punto di vista psicologico si rivelerà un uomo servile, ipocrita e corrotto. Questo suo soprannome gli è stato attribuito dalla popolazione poichè spesso  in passato  ha aiutato molte persone  a risolvere i loro problemi ed ha affrontato cause di una certa importanza nel tribunale di Milano.

avvocato

Con l’avvento della dominazione spagnola il suo ruolo è stato messo da parte assieme alla vera giustizia vuol perdere la protezione:perciò è Infatti Manzoni lo definisce “ eroe della parola decaduta ” poichè la legge ormai era dettata dal più forte.  Ultimamente la legge gli interessa ,ma solo perchè gli suggerisce le trappole più efficaci ,gli imbrogli ,i cavilli più astuti ,con i quali sottrarre i delinquenti alla giustizia. Analogamente a Don Abbondio anche lui è dominato dalla paura ,dal timore di scontrarsi con i potenti,dei quali è l’umilissimo servitore e di cui  non servile con chi conta ,ma arrogante con chi non può difendersi;proprio per questo sentendo pronunciare il nome di don Rodrigo ,abbandona Renzo al proprio destino,senza scrupoli.senza ripensamenti..Manzoni non condanna apertamente il personaggio,ma ancora una volta ricorre al’ironia per ridicolizzarlo. Azzecca-garbugli prende un granchio,intende alla “rovescia” il caso del proprio cliente ,non comprende la vera natura di Renzo,non riesce a distinguere che Renzo è vittima e non oppressore. Azecca-garbugli non esita ad usare la sua cultura  per ingannare i deboli e gli ignoranti ,proprio come  fa don Abbondio.La parola viene usata dai due uomini di cultura come uno strumento di inganno,utile per confondere le idee a quei “poverelli” che ripongono grande fiducia in chi “sa”. L’avvocato sa leggere e scrivere,possiede libri ed ha l’ abitudine di colmare la scrivania con scartoffie e libri di vario genere per impressionare qualsiasi visitatore anche se è da molto tempo che non consultava più uno di quei libri come dimostra la coltre di polvere depositatasi su di essi.Per la  sua rinuncia a lottare per la giustizia e per la sua tendenza a schierarsi  dalla parte dei potenti il dottor Azzecca-Garbugli incarna per Manzoni il degrado rovinoso della giustizia del seicento.

AGNESE foto agnese

È la madre di Lucia, un’anziana vedova che vive con l’unica figlia in una casa posta in fondo al paese: di lei non c’è una descrizione fisica, ma è presentata come una donna avanti negli anni, molto legata alla figlia, così come è sinceramente affezionata a Renzo che considera quasi come un secondo figlio. Viene introdotta alla fine del secondo capitolo, quando Renzo informa Lucia del fatto che le nozze sono andate a monte, e in seguito viene descritta come una donna alquanto energica, dalla pronta risposta e alquanto incline al pettegolezzo (in questo non molto diversa da Perpetua). Rispetto a Lucia dimostra più spirito d’iniziativa, poiché è lei a consigliare a Renzo di rivolgersi all’Azzeccagarbugli , poi propone lo stratagemma del “matrimonio a sorpresa”

I  BRAVI

Erano coloro che, avendo numerosi precedenti penali, si rifugiavano sotto la protezione di un signorotto locale che in cambio commissionava loro misfatti di ogni genere per raggiungere i suoi obiettivi e esercitare la propria egemonia sul territorio circostante . I bravi rappresentano una vera e prorpria figura storica del seicento e del cinquecento, secoli in cui si sviluppano in modo massiccio soprattutto nella campagna lombarda. Probabilmente il nome “bravo” deriva dal latino pravus che significa “cattivo, malvagio” e che si ritrova nello spagnolo bravo, con il significato di “violento”, “selvaggio” e “impetuoso”.

Il_GrisoManzoni ci fornisce all’interno del romanzo numerose informazioni riguardo la nuova classe sociale dei bravi. Infatti genera  una copiosa digressione sui provvedimenti presi dallo stato spagnolo per arginare questo infausto fenomeno, citando le cosiddette grida sui bravi, leggi che se fossero state applicate prevedevano dure pene per chiunque fosse sospettato di appartenere a quella categoria. Tra queste grida appare quella a cui si pensa si sia ispirato Manzoni per scrivere il romanzo,(si tratta della grida del 15 ottobre del 1967 fatta leggere dal dottor Azzeccagarbugli) una grida che prevede  gravi sanzioni per chiunque cerchi di ostacolare un matrimonio. Manzoni nei confronti di questi delinquenti di professione, prova  un vero e proprio disprezzo in quanto pronti   a compiere dei delitti semplicemente dietro  ricompensa eliminando definitivamente in quei luoghi il concetto di giustizia. Compaiono per la prima volta nel Capitolo I quando su incarico di Don Rodrigo, minacciano Don Abbondio perché non celebri il matrimonio tra Renzo e Lucia. L’autore li descrive con un abbigliamento particolare che li rende immediatamente riconoscibili, dal momento che portano i capelli raccolti in una reticella verde intorno al capo, hanno lunghi baffi arricciati , sono armati di pistole e di spada e hanno un ciuffo che ricade sul volto.  Quest’ultimo particolare è davvero caratteristico di un bravo poichè questi malfattori erano soliti farsi crescere un lungo ciuffo davanti il viso che aveva una funzione ben precisa : nel momento in cui compivano misfatti, il bravo lasciava cadere il ciuffo sul viso celando così la propria identità.

BETTINA

bettina

È una bambina presente in casa di Lucia e Agnese la mattina del previsto matrimonio durante i preparativi. Quando arriva Renzo per portare la cattiva notizia  si serve di lei per far scendere Lucia senza dare troppo nell’occhio. Bettina esegue l’ordine e si sente molto fiera di svolgere un incarico di così grande responsabilità ossia aver il privilegio di essere messaggera della protagonista del giorno. Questo momento segna definitivamente la fine dell’equilibrio iniziale   e dà inizio a una serie di peripezie che vedono protagonisti i due giovani innamorati.

SERVA DI AZZECCAGARBUGLI

serva

La vediamo per la prima volta nel III capitolo, quando Renzo va dal dottor Azzecca-garbugli per chiedere un parere legale circa la vicenda del matrimonio oistacolato: è lei ad accogliere il giovane e a chiedergli con decisione di darle i capponi, che lui vorrebbe consegnare direttamente all’avvocato, e lo tratta con una certa durezza, come un contadino poco avvezzo ad aver a che fare coi “signori” di città, quindi già da questo vediamo che lei, anche essendo una serva, si sente superiore. Alla fine del colloquio è chiamata dal suo padrone che le ordina di restituire a Renzo i capponi, la donna esegue l’ ordine e guarda il giovane come se dicesse: “bisogna che tu l’abbia fatta bella”, dal momento che non ha mai ricevuto un ordine simile prima d’ora e appunto per questo, vediamo  la serva conosce bene il suo padrone se Renzo intuisce il suo pensiero.

I CONTADINI

Fanno la loro comparsa nel romanzo quando Fra Cristoforo esce dal convento e si dirige a casa di Lucia .  Ci vengono presentati attraverso gli occhi del frate cappuccino, la sua carità e la sua partecipazione alle sofferenze gli consentono di mettere a fuoco i particolari più dolorosi,i segni della carestia .Lo sguardo del frate si sofferma sulle figure che popolano il paesaggio,sui  mendicanti laceri,sui lavoratori dei campi che gettano “con risparmio” la loro semente,sulla  fanciulla scarna che ruba “qualche erba” alla “vaccherella”.Sono le prime immagini di uno dei flagelli che occupano il romanzo.

Ritroviamo per   la seconda volta i contadini   quando Fra Cristoforo si dirige da Don Rodrigo  e vengono definiti dal narratore “mezzi contadini e mezzi banditi” a sottolineare il servilismo di tali individui al padrone.Ancora una volta il paesaggio viene descritto attraverso gli occhi del frate al quale non sfugge che nel palazzotto sono mescolati alla rinfusa gli oggetti del lavoro  e quellii del delitto”schioppi,zappe,rastelli,fiaschetti di polvere”spie di un sistema violento di vita che si riflette nelle presenze umane del luogo.

FRA GALDINO

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È un cercatore laico dei cappuccini, che vive al convento di Pescarenico dove risiede anche il padre Cristoforo: uomo semplice e dotato di fede candida e ingenua, è un personaggio secondario che compare in due importanti episodi del romanzo, in entrambi i quali protagonista è Agnese. Nel primo (cap. III) il frate bussa alla porta della casa di Agnese e Lucia, chiedendo l’elemosina delle noci, al che la donna ordina alla figlia di portarle a Galdino: nell’attesa l’uomo racconta il “miracolo delle noci”, intermezzo narrativo sul valore della carità che contiene involontari riferimenti al personaggio di Don Rodrigo.Il racconto dà occasione per un’importante digressione sui frati cappuccini che,con la loro coerenza tra vita e opere,rappresentano la buona chiesa e allo stesso tempo annuncia il personaggio di fra Cristoforo.

DUE IGNOTI NEL PALAZZOTTO DI DON RODRIGO

Troviamo i due commensali nel V capitolo, durante il banchetto al palazzotto di Don Rodrigo. Questi sono mediocri, piccoli parassiti, insignificanti relitti della storia, squallidi provinciali, il cui carattere è ancor più sottolineato ed enfatizzato per contrasto dalla presenza del conte Attilio, cugino di don Rodrigo, venuto a villeggiare da Milano. Don Rodrigo ha bisogno di circondarsi di uomini di legge, ma corrotti, perchè per violare la giustizia occorre ingraziarsi proprio loro. Dalla discussione che potrebbe sembrare un cavillo di diritto cavalleresco appare che si è di fronte ad un gruppo di potenti mediocri, disonesti, ignoranti, volgari e violenti.

TONIO

tonio

Ci viene presentato come un personaggio umile con una famiglia e dei figli. Anche a casa di Tonio c’è sofferenza dovuto al senso di disagio creato dalla carestia. In questa casa  ci sono visi di gente affamata,atteggiamenti famelici non ancora aggressivi,ma pronti a scattare verso la soddisfazione,se una delle bocche lascia il suo compito e si trasferisce altrove..

Gli accenni alla carestia non sono solo nei campi e nei paesi ,ma anche dentro le pareti domestiche e la cena in casa di Tonio è pur nella breve apparizione in profonda antitesi con la cena in casa di Don Rodrigo,quei visi attenti ,quegli occhi  fissi al paiolo ,sono un rimprovero ai visi rubicondi dei convitati al palazzotto di Don Rodrigo,dove la carestia entra come un disturbatore fastidioso con il volto dei fornai che bisognerebbe impiccare.

La famiglia di Tonio rappresenta anche un primo nucleo familiare ,di fronte alla miseria e alle difficoltà la famiglia rimane unita. Attorno al tavolo e al focolare,vediamo proprio tutti ,anche l’anziana nonna  ed il fratello di Tonio,Gervaso,un ragazzo disabile. La solidarietà che nasce all’interno del nucleo familiare ,si apre poi verso l’esterno nella generosità verso gli ospiti. La famiglia di Tonio diventa così il modello di tutte le famiglie contadine, nelle quali la povertà è sempre talmente dignitosa da non far mai dimenticare l’innato senso di ospitalità e di condivisione.

Tonio  si dirige all’osteria insieme a Renzo e dai suoi racconti emerge, inoltre ancor di più il carattere di Don Abbondio il quale, al posto di rassicurare Tonio per il suo debito con il lui, ogni volta che lo incontra glielo ricorda mettendolo anche in imbarazzo. E’ una persona per bene che aiuta Renzo nel suo piano.

IL VECCHIO SERVITORE

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Tra tutti coloro che vivono e frequentano la casa di Don Rodrigo e fanno di quella una casaccia ,l’unico a differenziarsi è il vecchio servitore. Ha un ruolo decisivo nello svelare il progettato rapimento di Lucia: è descritto come un uomo non più giovane, già membro della servitù del defunto padre di don Rodrigo (un uomo di indole ben diversa dal figlio) ed il solo rimasto a palazzo quando la vecchia servitù è stata licenziata, poiché il vecchio ha una grande considerazione per il casato ed è esperto del cerimoniale, benché non rinunci talvolta a criticare con gli altri domestici la condotta del padrone che non approva. Accoglie con stupore padre Cristoforo al suo arrivo a palazzo (V) e afferma amaramente che “Sarà per far del bene. Del bene… se ne può far per tutto”, per poi accompagnare il frate alla sala dove don Rodrigo è a pranzo con i suoi commensali. Dopo il colloquio tra padre Cristoforo e il padrone di casa avvicina in segreto il frate e gli rivela che il padrone sta macchinando qualche oscuro progetto di cui lui non ha ancora informazioni precise, dicendosi tuttavia disposto a venire al convento di Pescarenico per riferire più ampi dettagli al frate. Il vecchio riceve la benedizione del padre prima che esca dal palazzo, quindi si reca il giorno dopo al convento  per informare il cappuccino del rapimento di Lucia, che ha appreso carpendo brandelli di conversazione tra Rodrigo e i suoi bravi.

Manzoni non giudica il suo comportamento ma mette in guardia il lettore:il servitore è arrivato alla conoscenza di un proposito perverso perchè origlia alla porta. Sottolinea anche che il servitore desidera salvare l’anima ,ma la sua volontà di bene non si impone con sicurezza e con forza:vuole conservare l’anonimato e nell’oscurità continuerà a strisciare lungo le pareti.

Con questo episodio Manzoni ribadisce che i disegni di Dio non sono decifrabili dagli uomini: non sarà infatti l’azione del vecchio servitore ,quella che salverà i due promessi dalle trame di Don Rodrigo .La figura del vecchio servitore è il segno della presenza del bene che si afferma anche là dove il male sembra essere dominante.

IL GRISO

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È il capo dei bravi di don Rodrigo e la sua storia è piena di violenze delittuose,restate impunite per la protezione del nobile padrone.Un personaggio rozzo,ma che nella sua rozzezza  non manca di astuzia,di abilità pratiche ,tanto che il suo padrone gli  affida incarichi delicati e commissiona imprese rischiose, come quella di rapire Lucia nella prima parte del romanzo. Entra in scena nel cap. VII, quando si intrufola in casa di Lucia e Agnese travestito da mendicante per guardare in giro e curiosare, senza che venga svelata la sua identità (in seguito l’autore spiegherà con un flashback che l’uomo ha effettuato il “sopralluogo” in vista del tentativo di rapimento che si svolgerà la sera stessa). Di lui non c’è una precisa descrizione fisica e del suo passato ci viene spiegato che, dopo aver assassinato un uomo in pieno giorno, si era messo sotto la protezione di don Rodrigo e aveva guadagnato l’impunità grazie alle aderenze del nobile, per cui è diventato l’esecutore di tutte le malefatte che gli vengono commissionate (“Griso” è certamente un soprannome e in dialetto lombardo significa “grigio”, con probabile allusione al carattere sinistro e tetro del personaggio).

IL PODESTÀ          

Il podestà è il magistrato che amministra la giustizia a Lecco. È un uomo corrotto, che non assolve  ai compiti che gli spettano  in qualità di magistrato, perché non rispetta la giustizia.      Egli infatti  è un amico del signorotto Don Rodrigo e frequentatore della sua casa, per cui si può immaginare che il giudice, se proprio non é complice delle sue malefatte, è tuttavia disposto a chiudere un occhio su di esse è a farsene compiacente. È un personaggio secondario e appare direttamente per l’unica volta nel quinto capitolo, quando padre Cristoforo si reca al palazzotto di Don Rodrigo per parlare con lui e lo trova seduto a tavola con i suoi convitati, tra cui appunto il podestà che è impegnato in una frivola disputa cavalleresca col conte Attilio: questo dimostra anche quanto sia menefreghista nei confronti del popolo, che vive una situazione di miseria e povertà a causa della grave condizione economica e politica causata dalla dominazione spagnola.

I CAPPONI     

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I capponi all’interno del romanzo compaiono  nel cap. III, quando Renzo si reca da Azzecca Garbugli. E’ una delle scene di cui Manzoni si è servito per esprimere la sua morale. I capponi che Renzo nel suo agitato gesticolare  sbatacchia senza requie,continuano a beccarsi tra loro anzicchè coalizzarsi contro il comune avversario,spendendo così le loro energie.In loro l’autore identifica il genere umano e la sua insipienza .Nel proporre il paragone,Manzoni probabilmente pensava ai tanti gruppetti di esuli italiani del suo tempo che non trovavano un accordo per la liberazione del paese.

I capponi erano stati preparati per il banchetto delle nozze,a far ricca la festa degli sposi,ma non sono serviti a questo.Dovevano allora tornare utili a risolvere ,grazie all’ avvocato , l’imbroglio nuovo:ma non sono serviti neppure a questo.Sono dunque personaggi inutili,ma hanno un’importante funzione narrativa :segnano la fine di un tempo felice per i personaggi.

MENICO      

menico

È un ragazzo di circa dodici anni, imparentato alla lontana con Agnese che lui chiama “zia” (si tratta probabilmente di un titolo generico) e descritto come un ragazzo piuttosto sveglio. Entra in scena quando Agnese lo manda al convento di Pescarenico per parlare con Padre Cristoforo, è come Bettina un messaggero. La donna gli raccomanda di aspettare anche tutto il giorno senza distrarsi e gli promette due “parpagliole”, ovvero due monete d’argento in cambio del suo servizio, rifiutando di dargliele subito perché, a suo dire, il ragazzo le giocherebbe. Menico esegue la commissione in modo giudizioso e a tarda notte rientra al paese, precipitandosi a casa di Agnese e Lucia per informarle del progettato rapimento che ha saputo da padre Cristoforo (VIII): qui trova il Griso e i bravi che lo aggrediscono e lo minacciano con un coltello, ma il suono delle campane a martello gli consente di divincolarsi e di fuggire. In seguito ritrova Agnese, Renzo e Lucia, a cui racconta quanto è accaduto e riferisce loro che il padre vuole che vadano al convento. Il gruppo si mette in marcia, allontanandosi dal paese, poi il ragazzo fornirà più precisi dettagli sull’avviso avuto dal cappuccino e sul rischio corso nella casa delle due donne. I tre lo ringraziano e lo mandano a casa, non prima che Agnese gli abbia dato quattro “parpagliole” e Renzo una berlinga, raccomandandogli di non dire nulla di quanto ha appreso. Nei giorni seguenti rimane chiuso in casa, poiché i genitori ai quali ha raccontato tutto temono conseguenze per il suo coinvolgimento in un affare di don Rodrigo, ma poi sono essi stessi a raccontare la cosa in giro e a far sì che il Griso possa ricostruire gli avvenimenti della “notte degli imbrogli”.

AMBROGIO     

È il sagrestano di don Abbondio, un uomo presumibilmente di mezza età che abita in uno stanzino  contiguo alla chiesa: compare nell’ottavo capitolo, quando sente le grida di Don Abbondio che è sfuggito al tentativo del “matrimonio a sorpresa” e si è affacciato da una finestra della sua casa che dà sulla piazza antistante la chiesa. L’uomo si affaccia a sua volta a una “finestrina” e don Abbondio lo informa che c’è “gente in casa”, quindi il sagrestano si precipita al campanile e inizia a suonare le campane a martello, per richiamare quanta più gente possibile. In seguito riferisce ai paesani accorsi in aiuto che il curato ha subìto un’aggressione. Il paese è in subbuglio, la gente accorre, alcuni stanno a vedere. Lo scampanio allarma gli sposi, i testimoni, Perpetua, Agnese ed Anche i bravi, che guidati dal Griso, stanno dando l’assalto alla casa vuota di Lucia.

L’OSTE     

oste

Proprietario di un’osteria nel paese, compare direttamente  nel settimo capitolo, durante la “notte degli imbrogli” quando Renzo, Tonio e Gervaso si recano appunto nella sua locanda in attesa di andare da Don Abbondio insieme ad Agnese e Lucia: nel locale ci sono anche due bravi mandati dal Griso, la cui presenza è notata da Renzo che si insospettisce e chiede informazioni su questi al proprietario della taverna. Egli ignora la domanda dicendo che si tratta di galantuomini, mentre in seguito, fornisce ai due bravi informazioni molto dettagliate su Renzo e i suoi due convitati. Tornato dai tre, risponde a Renzo dicendo che quei due sono brave persone perché non fanno storie, pagano il conto senza discutere e, se devono dare una coltellata a qualcuno, lo fanno lontano dall’osteria senza creare fastidi a lui. Manzoni commenta con la sua ironia dicendo che l’uomo “faceva professione d’esser molto amico de’ galantuomini… ma, in atto pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni”, lasciando intendere che tale è il comportamento di tutti i gestori di osterie,uomini vigliacchi e corrotti. Infatti l’osteria nel romanzo è luogo di intrighi e progetti loschi.

IL BAROCCIAIO 

Compare nel cap. IX ed è il conducente del calesse (baroccio) incaricato da Fra Cristoforo di portare Renzo, Agnese e Lucia a Monza dopo la fuga dei tre dal loro paese: l’uomo rifiuta la ricompensa che vorrebbe dargli Renzo e, anzi da quello che ci viene descritto nel romanzo il barocciaio è  sorpreso dalla proposta di Renzo, da qui vediamo che gli “uomini” di Fra Cristoforo non agiscono per una ricompensa terrena ma mirano ad una ricompensa più alta da riscuotere non sulla terra.Il barocciaio dopo che il giovane Renzo è ripartito per Milano, accompagna le due donne al convento dei cappuccini. Prima di arrivare al convento informa Agnese che la “Signora” appartiene a una ricca e nobile famiglia milanese e che per questo gode di una posizione privilegiata nel monastero, quasi come se fosse la madre badessa.

LA FOLLA

folla

La folla che fa la sua prima comparsa nel quarto capitolo torna da  protagonista nell’VIII capitolo. Essa nella sua ignoranza è crudele, quindi pronta a scambiare un sospetto con una certezza, e ripetere come cosa sicura ciò che è stato  detto come dubbio, a far diventare realtà una semplice ipotesi.  Manzoni ci rappresenta il dramma dell’ignoranza e dell’egoismo collettivi, delle passioni e della irrazionalità della massa, che ubbidisce impulsivamente ad una voce, ad un ordine qualsiasi, come elettrizzata da un fluido magnetico, che è la suggestione; infatti possiamo dire che “la folla è come una fiamma: si sposta a seconda di come soffia il vento”. La folla in tumulto si muove ed opera precipitosamente, con disordine, nulla la può fermare e nella sua corsa pazza eccede e trascende, anzi il più delle volte inconscia va contro i fini per i quali si è sollevata. La massa, dominata dagli istinti, nei tumulti viene suggestionata ed agitata dai più audaci, dai facinorosi, i quali hanno buon gioco a soffiare nelle passioni che l’hanno accesa e spinta alla ribellione. I prudenti, coloro che sanno resistere all’istinto e seguono la ragione, o tacciono o vengono travolti dai primi e schiacciati. Si può notare il disprezzo di Manzoni nei confronti della folla infatti viene descritta con giudizi negativi poichè è una massa amorfa, senz’anima, mossa dall’istinto . La folla non è capace di compiere scelte razionali, per questo Manzoni non ha un buon giudizio di essa.

I piani degli uomini e la divina Provvidenza

Dopo l’esordio del romanzo, le due fazioni dei personaggi che si contrappongono durante la vicenda, iniziano a strutturare alcuni piani o imbrogli per raggiungere ognuno i propri scopi: Don Rodrigo il rapimento di Lucia , Renzo e Fra Cristoforo il matrimonio dei due giovani.

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Il primo vero fallimento è senza dubbio la visita di Renzo da Azzeccagarbugli che risulta un totale disastro. Questa visita viene incoraggiata da Agnese che incarna il buon senso ,l’esperienza. Il personaggio è contrapposto a Lucia ,quanto Lucia è creatura spirituale,tanto sua madre è materiale;quanto l’una si affida alla Provvidenza ,tanto l’altra bada al concreto ,all’esperienza. Agnese è verbosa e sa di saccente e non a caso il romanziere gli attribuisce le proposte destinate a fallire.  Questa tendenza al fallimento però non la possiamo imputare solo al personaggio di Agnese, ma come si può notare chiaramente nel capitolo VIII durante la notte degli imbrogli e dei sotterfugi  tutti quei  piani messi a punto dall’uomo finiranno  sempre per fallire.  Si direbbe che per divertimento o ammonimento della Provvidenza i piani umani hanno effetti opposti a quelli desiderati:Lucia è rapita proprio in quel convento dove sarebbe dovuta essere al sicuro e Renzo rischia d finire condannato a morte proprio per essere andato a Milano,ma nello stesso tempo Lucia è perduta definitivamente per don Rodrigo proprio in quel castello dell’Innominato a cui egli si era affidato fiduciosa.I ripetuti fallimenti delle iniziative umane stanno a ribadire che la vera protagonista dell’intera vicenda è la Divina  Provvidenza .