L’ironia manzoniana

L’ironia è sempre presente nei “Promessi Sposi” ridicolizzando personaggi e situazioni, ma nello stesso tempo Manzoni ci permette di compatirne la sorte . Lo scrittore ha toni di condanna soprattutto per personaggi d’autorità, sia politiche che religiose , fa scaturire, invece, un sorriso di comprensione quando  la situazione comica interessa persone socialmente più umili, soprattutto don Abbondio .

L’ironia nei Promessi sposi  è molto spesso implicita nel linguaggio espressivo che il Manzoni dà ai suoi eroi : un esempio è nel 1° capitolo quando  descrive la guarnigione spagnola parlando dei  soldati  che “insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese”, o  “ accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre”. Queste espressioni scatenano poi la riflessione sugli abusi subiti dalle persone umili .

Manzoni, per finire, quando sussistono cambiamenti di situazioni, produce nel personaggio un cambio del registro linguistico :  il capitano di giustizia  usa parole pacate per calmare la folla inferocita ,poi le si scaglia contro chiamandola  “ canaglia”, dopo aver ricevuto un sassolino in testa.

Annunci

La religione

Le istituzioni ecclesiastiche hanno  una grande importanza nelle vicende del romanzo, insieme alla concezione della Provvidenza e dell’infallibile giustizia divina destinata a supplire alle imperfezioni di quella terrena, ma altrettanto manchevoli sono tuttavia i ministri della Chiesa chiamati a testimoniare la parola di Dio nel mondo, perciò il clero è rappresentato come una dimensione assai variegata che riproduce la diversificazione sociale (infatti vi sono al suo interno personaggi borghesi e nobili, figure positive che aiutano i protagonisti e altre negative che, per malvagità o paura, sono complici dei soprusi). La Chiesa è dunque formata da uomini e donne soggetti all’errore e vittime delle passioni mortali al pari di tutti gli altri, il che rientra nella visione religiosa dell’autore per cui la Provvidenza opera a vantaggio degli umili in base ai suoi disegni imperscrutabili, ma Dio resta invisibile agli occhi degli uomini e si manifesta agitando il dubbio nel cuore dei peccatori, come è evidente nella conversione di Lodovico-Fra Cristoforo.

Il clero dimostra nella vicenda del romanzo molti difetti, a partire da quel don Abbondio che si è fatto prete per viltà e desiderio di quiete e, dunque, si dimostra inadatto a ricoprire l’alto ministero per cui non ha sentito una sincera vocazione: egli non è una figura del tutto negativa, dal momento che è affezionato ai due promessi e farà di tutto per aiutarli dopo la morte di donRodrigo, tuttavia non sa opporsi alle angherie dei potenti ed è il tipico rappresentante di quel clero di campagna che spesso, nel XVII-XVIII secolo, godeva di ampi privilegi e chiudeva gli occhi di fronte alle soperchierie dei nobili.  Se il clero secolare di cui don Abbondio è esponente mostrava spesso questi limiti nell’epoca storica del romanzo, non altrettanto può dirsi per quello monastico che nel libro è rappresentato soprattutto dai frati cappuccini: la loro scelta di indossare il saio equivale a un rifiuto radicale del mondo e di tutte le comodità che esso garantisce ai laici, dunque è la risposta a una vocazione seria e profonda (talvolta in seguito a drammatiche vicende personali, come nel caso di padre Cristoforo) oppure è la volontà di abbracciare una vita semplice e dedita al servizio dei bisognosi, come nel caso di fra Galdino . In più punti del romanzo viene risaltata la grande propensione alla carità di questi straordinari personaggi, che con la loro dedizione suppliscono alle carenze delle autorità cittadine e si prendono cura degli appestati finendo spesso per morirne.

Un altro personaggio molto importante nel contesto religioso dei promessi sposi è quello della monaca di Monza, la giovane Gertrude costretta dal principe suo padre alla monacazione forzata, che rappresenta un personaggio religioso negativo. Il suo dramma psicologico è ampiamente descritto e compreso da Manzoni, che non esita a denunciare le connivenze colpevoli della Madre badessa e del Padre vicario nell’accettare una professione di fede improvvisa e poco credibile, in cambio della protezione politica ed economica del Signore di Monza al convento. La vita della monaca di Monza è così irta di contraddizioni non risolte da farne un personaggio fortemente negativo, che testimonia il grado di corruzione e di degrado di alcune istituzioni religiose del ‘600.

images

La vicenda della monaca di Monza può essere vista parallelamente a quella di don Abbondio, infatti i due personaggi sono entrambi esponenti di un clero che agisce in modo sbagliato, anche se la vicenda di Gertrude si tinge di elementi tragici sconosciuti al più “comico” curato di campagna.

L’unica eccezione fra gli esponenti dell’alto clero sembra essere il cardinal Borromeo, vescovo di Milano al tempo della vicenda narrata nel romanzo;  è in primo luogo un personaggio storico, che testimonia per Manzoni l’enorme ruolo che la Chiesa ambrosiana ha avuto nel XVII secolo durante la negativa dominazione spagnola. Un ruolo di sostegno alla popolazione durante le calamità ( carestia, guerra, peste ), di promozione culturale ( biblioteca ambrosiana ) ,di apostolato religioso e più generalmente di coesione sociale attorno ai valori cristiani.

Nella vicenda dei Promessi sposi egli ha un ruolo centrale in quanto riuscirà a convertire perfino la maggior autorità, l’Innominato,  un tempo famoso solo per le sue malefatte ed il suo potere oppressivo e crudele sulla popolazione; egli dopo la conversione si trasformerà addirittura in benefattore.

Manzoni dunque fa della figura del vescovo di Milano qualcosa di più di un personaggio positivo: ce lo mostra come l’autorità storica discriminante per la sorte dell’intero milanese.

La figura del cardinale si oppone a Gertrude in quanto sono entrambi nobili ma con inclinazioni opposte al bene e al male, così come fra Cristoforo si oppone a don Abbondio con cui condivide l’origine borghese e l’appartenenza al clero popolare, benché il primo sia antagonista di don Rodrigo e il secondo ne diventi complice.

 

Le digressioni

Il capolavoro manzoniano dei Promessi Sposi rappresenta uno dei più importanti romanzi storici dell’Ottocento dopo l’Ivanhoe di Walter Scott. Caratteristica peculiare dei romanzi storici sono le digressioni. Una digressione è l’ allontanamento temporaneo dalla storia che costituisce la struttura portante del romanzo. Nel momento in cui c’è questo breve distacco, l’autore ne approfitta per approfondire un avvenimento storico in relazione con la vicenda in modo che il lettore possa avere una visione più ampia del contesto temporale. Altre volte queste digressioni vengono usate per descrivere, principalmente in modo indiretto , un nuovo personaggio narrando un evento nel quale lui è protagonista e mediante esso possiamo comprendere molti lati del suo carattere o numerosi aspetti della sua vita. Manzoni fa un largo uso di questa tecnica tanto che nella seconda revisione del romanzo dovette ridurre drasticamente le digressioni presenti in esso poichè potevano disorientare eccessivamente il lettore all’interno della vicenda. Per staccarsi dalla vicenda principale, Manzoni usa varie strategie. Una di queste è quella di affidare la narrazione ad un narratore di secondo livello che spesso fa parte del sistema dei personaggi. Questo è il caso del “ Miracolo delle noci “, racconto di uno strano miracolo narrato dal frate cappuccino Fra Galdino nella chiusura del terzo capitolo . Oppure l’autore utilizza ampie analessi ( flash-back ) soprattutto per raccontare al lettore la vita passata di un personaggio come ad esempio accade per Fra Cristoforo, digressione che occupa quasi tutto il quarto capitolo. Altre digressioni importanti contenute nel romanzo sono quella sulla Monaca di Monza e quella sulla giustizia del Seicento in cui sono riportate le grida contro i Bravi. Un aspetto negativo che scaturisce dall’uso di digressioni e parti descrittive è quello di rallentare, anche se non pesantemente, la narrazione infatti nei primi otto capitoli,nei quali Manzoni fa largo uso di questi espedienti, si può notare facilmente che la storia procede con un andamento molto flemmatico. La prima digressione che si incontra nel romanzo è quella sulla giustizia del seicento. In questa digressione Manzoni riporta numerose grida emanate contro la classe sociale dei bravi che in lombardia era molto copiosa ed  racconta anche di come la dominazione spagnola opprimeva la popolazione e i più deboli che in questo periodo potevano solo subire la prepotenze dei più forti. La seconda digressione che Manzoni ci pone in esame è quella di Fra Galdino il quale narra una storia molto particolare soprattutto per il miracolo che conteneva. Con la storia del frate viene parzialmente introdotto il tema della carestia, ma soprattutto sono la fede in Dio e il rispetto dei voti che si fanno in suo onore i veri protagonisti di questa piccola storiella.

 

La lingua come inganno

Spesso nei Promessi Sposi i personaggi potenti usano la lingua come strumento per confondere le idee ai popolani, dissimulando le loro vere intenzioni o non facendo capire quanto in realtà stanno dicendo, sfruttando l’ignoranza delle persone più umili: ciò è parte di quella questione linguistica che sta tanto a cuore al Manzoni, in quanto le parole possono essere mezzo per diffondere le idee e preservare la libertà, ma anche per esercitare soprusi ai danni dei più deboli, ovviamente anche per risvolti politici. Ne è un chiaro esempio don Abbondio, che durante il primo colloquio con Renzo nel secondo  capitolo si mette a parlare latino per metterlo in soggezione e non fargli capire cosa sta dicendo: la reazione del giovane è alquanto stizzita e si comprende anche il fatto che Renzo è semi-analfabeta, in grado di leggere a fatica ma non di scrivere e ciò è un elemento di debolezza che lo espone al rischio di essere raggirato da chi ha un maggior grado di istruzione. Anche Ferrer mescola abilmente italiano e spagnolo nel corso del salvataggio del vicario di Provvisione (13 capitolo), per indurre il popolo a credere che lo sta portando in carcere, mentre è evidente che il funzionario  non subirà alcun processo , quindi la sua doppia parola è fonte di inganno e di disonestà verso i rivoltosi, sia pure per una buona causa.

renzo e azzecca garbugli

Manzoni sottolinea a più riprese che chi è istruito e possiede la parola scritta è titolare di un potere discrezionale verso chi è meno dotto come si vede nel colloquio con l’Azzecca-garbugli (3 capitolo).Azzeccagarbugli come Don Abbondio usa la sua cultura come uno strumento di inganno,utile per confondere le idee,per imporre la la propria superiorità sull’altro.  Ciò causerà la profonda sfiducia di Renzo verso le gride e le leggi scritte in generale e pagherà le conseguenze del suo essere quasi illetterato anche nel Bergamasco, quando non potrà diventare il factotum della fabbrica in cui lavora, dunque rappresenta il personaggio che a causa della sua umile condizione e della sua ignoranza è vittima di soprusi e si trova escluso da un possibile avanzamento sociale ed economico, cui potrebbe legittimamente aspirare grazie alle sue qualità di ottimo lavoratore. Queste considerazioni spiegano perché Manzoni, dopo l’unità nazionale del 1861, pensava che la diffusione di una lingua unitaria fosse necessaria per solidificare l’unità politica dello Stato da poco creatosi . Non a caso alla base di tutto era l’allargamento progressivo dell’istruzione e l’insegnamento dell’italiano come lingua “del popolo”, il che avrebbe consentito di trasformare la lingua in uno strumento di giustizia ed eguaglianza sociale.

don abbondio e renzo

Il tema della carestia nel romanzo

tonio

La carestia è uno dei principali “temi” del romanzo, nel senso che svolge un ruolo fondamentale nella vicenda determinando in modo decisivo lo sviluppo della storia, in particolare per quanto riguarda Renzo. La carestia compare sin dai primi capitoli e non abbandona mai il lettore, anche se all’inizio è solo accennata.Appare già nel secondo capitolo, quando viene descritto Renzo:

« E quantunque quell’annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, […] non aveva a contrastar con la fame. »

(Capitolo 2 )

Alla carestia rimanda poi l’episodio del Miracolo delle noci e la stessa Agnese che rimprovera la figlia per aver fatto una generosa elemosina di noci a fra Galdino (3° capitolo).

Inoltre quando padre Cristoforo si reca da Pescarenico alla casetta di Agnese e Lucia  (nel 4° capitolo) vede ovunque i brutti segni della penuria (i “mendichi laceri e macilenti”, i contadini che gettano le sementi con parsimonia “e a malincuore”, la “fanciulla scarna” che spinge la “vaccherella magra e stecchita” e raccoglie l’erba come pasto per sé e la famiglia)

« Lo spettacolo de’ lavoratori sparsi ne’ campi, aveva qualcosa d’ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere »

(Capitolo 4 )

Infatti l’annata del 1628 non era la prima ad andare così male e i contadini avevano quindi timore nell’usare il grano che rimaneva, in quanto era lo stesso che veniva usato per fare il pane: se non fosse fruttato, sarebbe stato come buttato via.

La carestia ancora elemento fisso nel paesaggio e nelle vicende: su di essa verte la triplice disputa del quinto capitolo e  l’avvocato Azzecca-Garbugli  brinda alla generosità dei pranzi di Don Rodrigo, quando fuori infuria appunto la carestia,

E i suoi effetti si vedono nel capitolo sei  quando Renzo si  reca a casa di Tonio dove si mangia una polenta scura, di grano saraceno di scarsa qualità, per cui quando Renzo invita l’amico all’osteria tutti si rallegrano poiché verrà meno il commensale più affamato e “più formidabile”.

« La mole della polenta era in ragion dell’annata, e non del numero e della buona voglia de’ commensali »

( Capitolo 6 )

 

Soffermiamoci sulla carestia nel capitolo VI

A casa di Tonio si respira aria di sofferenza a causa della carestia, ma nonostante ciò, di fronte alla miseria e alle difficoltà, la famiglia rimane unita. All’interno dell’ abitazione ci viene presentata una solidarietà che si apre verso l’esterno, attraverso la generosità nei confronti degli ospiti. Dalla casa in cui abita Tonio, piena di volti di gente affamata, che ha atteggiamenti famelici ma non ancora aggressivi, ci si sposta in un’osteria: questo luogo è guardato con sospetto da Manzoni dal momento che lì si recano coloro che devono parlare di cose losche o devono architettare inganni; è un luogo di finzione e di sotterfugi. Anche qui si percepisce la carestia: c’era solitudine e la roba era poca:

« giunti all’osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una perfetta solitudine, giacchè la miseria aveva divezzati tutti i frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si trovava; votato un boccale di vino[…]»